Una vittoria dopo l’altra, i pro life americani conquistano mezzo paese

(di Alberto Mucci da “IL FOGLIO QUOTIDIANO” del 23 luglio 2011)

Roma. I movimenti pro life americani sono tornati alla ribalta. Negli ultimi mesi l’influenza delle lobby antiaborto si è estesa a livello federale e nazionale. Emily Bazelon, docente all’università di Yale ed editrice della rivista Liberal Slate, dice al Foglio che “sommando le diverse restrizioni imposte negli stati americani il numero delle leggi antiaborto promulgate ha raggiunto quasi ottanta”.

I centri di questa rinascita non sono i soliti stati del “Bible Belt”, quella landa conservatrice che riempie lo spazio tra le due coste americane, anche se ne sono il centro nevralgico: South Dakota, Utah, Nebraska, South Carolina, Wisconsin, Kansas e Indiana, tutti stati repubblicani, hanno adottato politiche pro life; ma anche sulla east coast la Virginia (repubblicana) a cui a sorpresa si è aggiunto il New Hampshire, parte di quell’enclave liberal del New England, dove nel vicino stato di New York il governatore, Andrew Cuomo, ha appena firmato una legge per permettere il matrimonio delle coppie omosessuali.

“Gli antiabortisti – continua Bazelon – si muovono su diversi fronti”: in alcuni stati (Indiana, Texas, Arkansas, Kansas) hanno fatto pressioni per implementare una legge che chiede alle cliniche abortive, prima legalmente equiparate a studi medici, di rispettare gli standard igienici degli ospedali. Molti centri che non sono riusciti ad adeguarsi in tempo alla normativa sono stati chiusi nel giro di poche settimane. A fine giugno c’è mancato poco che il kansas divenatasse il primo stato privo di cliniche abortive, scenario evitato da un intervento diretto di Washington. “Altri usano metodi più discreti”, continua Bazelon: a marzo il South Dakota ha varato una legge per estendere il periodo di attesa per ottenere un aborto da 24 a 72 ore, tempo nel quale la donna deve avere un colloquio con una psicologa che ha il compito esplicito di dissuaderla. In Indiana, Wisconsin e New Hampshire invece i contratti dello stato con Planned Parenthood (Pp), la maggiore organizzazione americana di “salute riproduttiva” e influente lobby pro aborto, sono stati cancellati. Il caso più recente è quello del New Hampshire, che il 22 giugno scorso ha votato contro il rinnovo del contratto (una sovvenzione del governo centrale di Washington di 1,8 milioni di dollari) con Pp. Il Concord Monitor, quotidiano del New Hampshire, lamenta conseguenze negative: “In un anno Pp forniva i contraccettivi a 13.242 pazienti, esami al seno a 6.112 donne e 18.858 test per verificare malattie sessualmente trasmissibili, prestazioni il cui futuro è incerto e potrebbe essere affidato alle più costose cliniche private, mettendo in difficoltà le fasce più povere”.

Le vittorie locali dei pro life hanno rilanciato il movimento a livello nazionale. Il 7 luglio, Americans United for Life, organizzazione antiaborto con sede a Washington, ha presentato con gran clamore e copertura mediatica un rapporto che invitava il Congresso americano a indagare sugli effetti sociali negativi causati da Planned Parenthood. Con l’inizio della campagna elettorale, molti repubblicani hanno preso la palla al balzo: giovedì scorso Christopher Smith, candidato del New Jersey, davanti al Congresso ha definito il rapporto “un modello per azioni future” e “per riformare l’idea dell’aborto nel nostro paese”.

 

 

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