“Una donna che abortisce porta la sua anima all’inferno”. Intervista alla signora Alessandra, un aborto alle spalle e ora madre di due figli

(di Federico Catani) L’aborto è sempre una tragedia e non rappresenta mai la soluzione per nessun problema. Tuttavia, anche dall’oscuro abisso del male è sempre possibile risalire, per ricominciare da capo e aprirsi nuovamente alla vita. È quel che ha fatto la signora Alessandra A., della provincia di Bergamo. Dopo un aborto procurato, ora è madre di due figli. L’abbiamo intervistata perché la sua storia e la sua partecipazione alla Marcia per la Vita del 13 maggio sono preziose testimonianze contro la legge 194, che dal 1978 ha legalizzato la soppressione nel grembo materno di 5 milioni di bambini innocenti.

Signora Alessandra, ora lei ha due splendidi bambini. Perché quando era incinta del primo figlio ha scelto di abortire?

Pensare un figlio mette in gioco, soprattutto nella donna, aspetti personali e di vita a livello profondo. Sei consapevole che tutto cambia. Nascono dentro dimensioni spesso invisibili agli occhi della ragione, angosce e risorse magari sconosciute o nascoste, lasciate nell’ombra fino a quel momento e che non sempre si è pronti a guardare e accettare. La nostra società mostra della maternità e della paternità aspetti quasi solo fiabeschi, oppure preferisce tacere. Vi è talvolta anche il disorientamento. Energie profonde, l’ansia e il grande senso di responsabilità per l’evento meraviglioso che sta per accadere nella tua vita, si mescolano nel cuore e attraversano la tua anima; diventare genitori accompagna insieme emozioni indescrivibili e bellissime e sentimenti negativi inespressi.

Io non sono riuscita ad accogliere il mio primo figlio perché non mi sono sentita degna di quel grande immenso dono d’amore che egli rappresentava e, aggiungo, continua a rappresentare per me. Non volevo prendermi cura di lui perché non ero mai riuscita a crescere veramente. I sentimenti e i vissuti negativi hanno schiacciato la parte buona di me e, rinunciando a lui, ho rinunciato per sempre anche ad una parte di me.

Come si è sentita dopo? La ferita dell’aborto si rimargina oppure rimane?

Non è possibile descrivere un trauma così spaventoso con le parole. Qualsiasi discorso non renderebbe giustizia all’ingiustizia compiuta. Prima rimuovi, poi, quando ti rendi conto di quel che hai fatto, è solitudine e disperazione. Dopo un cammino e un sostegno lungo e faticoso è arrivata la mia conversione e ho scoperto che questo amore di bimbo non si è perso, ma al contrario è in cielo nelle braccia del Padre. Non senza rimpianti e sofferenze sono riuscita a dire nuovamente si alla vita e a desiderare di avere altri figli. Ma la ferita dell’aborto non si rimargina. Oggi comunque mi sento la mamma di tutti i miei tre figli e il mio cuore batte per ciascuno di loro.

Qual è stato l’atteggiamento della comunità ecclesiale nei suoi confronti?

Ho incontrato sacerdoti misericordiosi. Uno in particolare mi ha preso per mano e mi ha mostrato con pazienza la via del perdono.

Ritiene che la legge 194 sia tutto sommato una buona legge dalla quale ormai non si può prescindere? Da donna cosa ne pensa?

La legge che aiuta le donne ad abortire è una legge ingiusta perché permette loro di uccidere e di  farsi del male. Una donna che abortisce porta letteralmente la sua anima all’infermo e se questa donna ha la grazia di uscirne fuori, sa che aiutare qualcuno è un’altra cosa. Provo pena per coloro che non comprendono le mie parole e prego per i bambini non nati e per le loro mamme.

Perché parteciperà alla Marcia per la vita?

Parteciperò alla Marcia perché ciascuno di noi ha bisogno di parole e di gesti concreti che rendano visibile il buono che c’è. E di questo ringrazio gli organizzatori.

 

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