Pro life, tra cultura e politica

Pro life, tra cultura e politicaIl dato è noto ai più, anzi amaramente scontato: la politica è nemica o tuttalpiù indifferente nei confronti dei cosiddetti principi non negoziabili, quali vita, famiglia, libertà educativa, sessualità. In Italia, come in tutto Occidente, le forze politiche spesso lottano tenacemente per distruggere un ordine naturale voluto da Dio, battagliando per introdurre o potenziare legislazioni a favore dell’aborto, dell’eutanasia, della fecondazione artificiale, della sperimentazione sugli embrioni, della contraccezione, dell’omosessualità, del divorzio, etc.

Tali forze politiche non di rado provengono da aree culturalmente progressiste. Poi vi sono altri gruppi che assumono colpevolmente un atteggiamento passivo: non spingono per un peggioramento della situazione, però non si industriano nemmeno per innescare una dinamica evolutiva positiva, ciò a riprova che anche in queste forze, spesso di matrice conservatrice, spira un certo vento libertario. Infine esistono gruppuscoli che alle elezioni prendono uno zero virgola qualcosa che lottano apertamente per la vita e la famiglia.

Banale a dirsi, dietro ogni scelta politica c’è sempre un pensiero e quindi un’etica, giusta o sbagliata che sia. Perciò alle spalle del populismo, del sovranismo, dell’europeismo o dello scetticismo europeista – le nuove categorie cesellate dai politologi che hanno sostituito gli insiemi concettuali di sinistra e destra – esiste sempre una certa prospettiva valoriale, un riferimento culturale più o meno delineato. In tale prospettiva le leggi sono figlie di scelte culturali. E allora ciò significa che primariamente occorre incidere nella cultura per poter incidere nella politica.

Questo dovrebbe essere, e spesso lo è, il cruccio anche del movimento pro-life e pro-family in Italia, espressione che rappresenta una galassia composta da moltissimi pianeti.

Attualmente quali sono le strategie delle realtà che si impegnano in modo autentico sul fronte della tutela della vita e della famiglia? Sono diverse. Una prima interessa in modo specifico il piano legislativo, ma nel 99% dei casi tale strategia si appiattisce nel volere il male minore per evitare il male maggiore. A tal proposito occorre appuntare che, dal punto di vista etico, non è lecito votare o dare anche il proprio appoggio morale ad una legge ingiusta, seppur meno ingiusta di un’altra. E’ stata la tattica che ci ha regalato ad esempio la legge 40 sulla fecondazione artificiale, voluta anche da alcuni cattolici per porre dei paletti al cosiddetto far west procreativo. Però non è mai lecito legittimare il male, anche perseguendo il fine buono di limitarlo. La medesima strategia del male minore ha avuto una recente sua particolare variazione all’indomani del Congresso Mondiale delle famiglie svoltosi a Verona nel mese di marzo di quest’anno, dove alcuni esponenti di spicco del mondo pro-life hanno chiesto l’applicazione integrale della 194: sia degli articoli che, in punta di diritto, dovrebbero limitare il numero di aborti sia di quelli che – e qui sta il problema – invece permettono di abortire.

Un secondo piano di azione prevede la politicizzazione delle istanze che provengono dal mondo pro-life e pro-family. In altri termini alcune realtà associative sia singolarmente che in coalizione tentano di fare azione di lobby nei confronti di alcuni esponenti politici, cercando di orientarli e sensibilizzarli in modo positivo. L’intento è in sé meritorio, ma quando si persegue un fine buono occorre anche prestare attenzione alle modalità attraverso cui si cerca di raggiungere l’obiettivo. Vogliamo dire che non di rado è il politico ad orientare il pro-life pro domo sua e non viceversa. Ciò accade perché la moneta di scambio del politico è sempre il voto che corrisponde a poltrone nei palazzi del potere. Ecco dunque che il politicante tenta sempre di non scontentare nessuno del suo elettorato e se si sbilancia da una parte lo fa perché calcola che tra consensi acquistati e perduti, i primi saranno numericamente superiori. Spiegata quindi l’apparente schizofrenia di quanti sui palchi di meeting per la vita e la famiglia si dicono pronti a tutelare la vita nascente e morente e a combattere contro la teoria del gender, appellandosi esplicitamente anche a valori cristiani, e appena scesi da questi palchi difendono la 194 e la legge sulle unioni civili.

L’azione di lobby è necessaria e meritoria, ma prima di esercitarla occorrerebbe essere socialmente e culturalmente così forti da mettere nell’angolo il politico e costringerlo ad azioni di governo consone ai principi del movimento pro-life e pro-family. O si allinea oppure niente voti da parte di questo elettorato e al primo tradimento, gli si volta le spalle. Così accade con successo negli States.

Fondamentale non solo nell’azione di pressing sul politico, ma anche su gli altri fronti dell’attivismo a favore dei principi non negoziabili è l’impegno culturale. Se si educherà la coscienza collettiva al rispetto di tali principi allora nasceranno in futuro politici pronti a sacrificarsi per queste battaglie e soprattutto ci saranno le condizioni per mettere mano alle leggi ingiuste.

Alcune norme inique sono calate dall’alto da oligarchie tecnocratiche, ossia da piccoli gruppi molto forti dal punto di vista sociale, politico o economico. Un caso è stata la legge sulle unioni civili, non certo una legge sentita come priorità da parte della base elettorale. Altre leggi invece sono specchio di un sentire diffuso, sono ormai state fatte proprie dal popolino e riflettono opinioni massificate su vita, morte, famiglia, etc. Pensiamo alle leggi sull’aborto, sulle Dat, sul divorzio, sulla fecondazione artificiale. Per poter cambiare queste leggi occorre cambiare la cultura, il modo di pensare.Certamente anche chi è impegnato in politica e le medesime leggi fanno cultura, ma esiste un impegno prioritario che è dato proprio dalla formazione delle coscienze. Questo impegno riverbererà i suoi effetti positivi pure in ambito politico: infatti non solo, come accennato prima, se sei forte culturalmente riesci ad essere l’ago della bilancia per chi governa e vuole acquistare consensi, ma l’esistenza di un’ampia fetta di cittadini che ha un certo orientamento culturale permetterà al politico che in coscienza sposa la causa pro-life e pro-family, di sposarla anche pubblicamente perché si sentirà le spalle coperte.

L’impegno culturale dei pro-life però potrà essere efficace solo se prima le singole realtà associative lasceranno da parte litigi al calor bianco ed aspre divisioni nate spessissimo da rancori personali. Chi milita nel mondo pro-life e pro-family non di rado cede alle sirene del protagonismo (a volte poi usa del consenso per tentare di entrare in Parlamento, quando la sua azione sarebbe ben più efficace se rimanesse nell’ambito dell’associazionismo), alla mormorazione, alla critica solo distruttiva, ad uno sterile campanilismo.

Le diverse sensibilità e anche i diversi approcci strategici sono una ricchezza di questo mondo, però possono diventare un ostacolo se minano l’unità e sfociano nella frammentazione dell’azione.

Occorre invece ritrovare l’unità nell’agire. Ad esempio raccogliendo la sfida lanciata all’ultima Marcia per la vita: chiedere che gli aborti siano pagati da chi vuole l’aborto, non dai contribuenti. Oppure convergere su una raccolta di firme a sostengo del disegno di legge dell’on. Gasparri che vuole riconoscere soggettività giuridica al concepito. Poco importa che tali iniziative andranno a segno oppure no, saranno però certamente il catalizzatore delle aspirazioni di un popolo che non vede l’ora di scendere in campo a battagliare per vincere. Questo popolo non aspetta altro che un obiettivo concreto da portare a casa e un comando impartito dai propri generali, che prima, però, devono mettersi d’accordo tra loro.

 

Tommaso Scandroglio, Il Timone, n. 186 (Luglio-Agosto 2019)

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