Perché si è arrivati a 44 milioni di aborti al mondo ogni anno?

(su Il Cammino dei Tre Sentieri Circolare 191-febbraio ’12) Avvenire del 5 gennaio scorso ha riportato questa notizia: “La Danimarca sembra procedere a tappe forzate nel progetto di eliminare tutti i soggetti affetti dalla sindrome di Down. Nel 2004 il governo danese ha impresso una possente spinta a questa battaglia eugenetica offrendo la possibilità di ricorrere gratuitamente alle diagnosi prenatali per l’identificazione, e la conseguente eliminazione a mezzo aborto, dei nascituri “difettosi”.


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L’obiettivo pare sia quello di raggiungere il primato di unico Paese al mondo «Down Syndrome Free». Esiste anche una data entro cui realizzare il sogno: il 2030. A rivelarlo è stato, sul finire di quest’anno, un articolo del giornalista Nikolaj Rytgaard apparso sul quotidiano danese Berlingske, con l’inquietante affermazione che «presto nascerà l’ultimo bambino danese affetto dalla sindrome di Down».

Eppure viviamo in tempi di talk-show in cui –giustamente- si dice che i disabili, e quindi anche i down, sono del tutto uguali a noi. Ma se è vero questo (ed è vero!) come mai nessuno dice nulla a proposito degli aborti selettivi? Il caso della Danimarca è estremo, ma anche in Italia le cose stanno andando in tal senso: già adesso nel Bel Paese si fanno nascere sempre meno bambini down.

Ancora Avvenire il 12 gennaio ha dato la notizia che nel mondo, ogni anno, ci sarebbero ben 44 milioni di aborti: “Nel mondo una gravidanza su cinque finisce con l’aborto. Nel 2008 ci sono state quasi 44 milioni di interruzioni di gravidanza (43,8 per la precisione), il 49% delle quali clandestine. Sono i numeri principali resi noti dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’americano Guttmacher Institute (istituzione favorevole all’aborto) pubblicati (…) sulla rivista scientifica internazionale Lancet.  (…) Nel complesso, malgrado l’estensione dei Paesi dove l’aborto è lecito e dei casi in cui interrompere una gravidanza non è più considerato un reato, e nonostante la massiccia propaganda globale a favore di contraccettivi d’ogni tipo, gli aborti nel mondo vanno crescendo.”

Ma perché si è arrivati a questo punto? Come sempre nella storia, le cause non sono solo prossime, ma anche molto remote.

Con il passaggio dalla civiltà cristiana (comunemente ed erroneamente definita “medioevo”) al periodo umanistico-rinascimentale si è imposta sempre più una concezione di antropocentrismo radicale. Solitamente si dice che in quel periodo si sia passati da una concezione teocentrica ad una di progressivo antropocentrismo. In realtà tali definizioni non sono precisissime, ma vanno bene per ciò che dobbiamo dire.

La modernità (da intendersi come categoria culturale e non cronologica) si è costruita sulla pretesa di fondare la grandezza dell’uomo sull’uomo stesso. Insomma, si è passati dalla convinzione (nel medioevo) che l’uomo è grande perché creatura di Dio alla convinzione che l’uomo è grande perché uomo.

Il problema è che una simile pretesa di fondare la grandezza dell’uomo sull’uomo si ripercuote negativamente sull’uomo stesso. Se l’uomo è grande perché è uomo, vuol dire che questi ha sì un grande valore, ma finito, e se è finito come si può dimostrare che l’uomo è sempre più grande di tutto ciò che esiste sulla faccia della terra? Chi può dire che viene sempre prima dello Stato, della Rivoluzione, della purezza della razza, dell’ideologia, ecc…

I tanti criminali della storia sono stati tutt’altro che pazzi. I pazzi conservano l’intelligenza, ma perdono la logica. E senza la logica non è possibile coagulare consenso ed organizzare potere. La loro logica era tutt’altro che inesistente, piuttosto era una logica perversa. I vari Hitler, Stalin, Mao, Pol-Pot, Robespierre avevano perfino rispetto per la vita umana, ma prima di questa anteponevano qualche altra cosa: prima dell’uomo viene la razza; prima dell’uomo il socialismo; prima dell’uomo la rivoluzione culturale; prima dell’uomo la Rivoluzione francese …

Il concetto di genocidio esisteva prima del Cristianesimo. A riguardo si pensi a documentati studi sulle civiltà precolombiane, e non solo. Ma tale concetto ritorna significativamente in voga con la modernità.

Non casualmente ritorna proprio con la Rivoluzione francese, traduzione politica dell’Illuminismo, quest’ultimo vertice della modernità.

Un primo esempio: i cosiddetti massacri del settembre 1792. Questi ebbero, oltre una finalità antireligiosa, una finalità -peraltro dichiarata all’Assemblea Nazionale- di carattere eugenetico. S’incitò il popolo ad entrare, non solo nelle prigioni, ma negli ospizi di mendicità, negli ospedali psichiatrici, per uccidere i malati mentali, le prostitute, i poveri, i minorati fisici, tutte persone il cui sangue -si disse- non sarebbe servito alla  Nuova Francia.

Come attestano bene due preziosi testi (Reynald Secher, Il genocidio vandeano, tr.it., effedieffe, Milano, 1989 e un classico: Gracco Babeuf, La guerra della Vandea e il sistema dello spopolamento, tr.it. effedieffe, Milano, 1989), in Vandea si attuò un vero e proprio genocidio. Il popolo vandeano si era opposto alla Rivoluzione … meritava di essere eliminato!

Non vi é più la Vandea, cittadini repubblicani. -così scrive il generale Westerman al Comitato di Salute Pubblica- E’ morta sotto la nostra libera spada, con le sue donne e i suoi bambini. L’ho appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne, così che, almeno quelle, non partoriranno più briganti. Non ho un prigioniero da rimproverarmi. Ho sterminato tutto (…). (R.Secher, cit., p.150)

Sentenzia il generale Turreau: “La Vandea deve essere un cimitero nazionale.” (R.Secher, cit., p.158)

Il deputato Carrier, in una lettera alla Convenzione, il 30 frimaio: “La disfatta dei briganti (vandeani) é così completa che le nostre postazioni li uccidono, li catturano e li portano a Nantes a centinaia, la ghigliottina non può bastare: ho preso la decisione di farli fucilare. Purgo la terra della libertà da questi mostri per principio d’umanità.” (Gracco Babeuf, La guerra della Vandea e il sistema dello spopolamento, tr.it. effedieffe, Milano, 1989, p.128-129)

I Vandeani da uccidere erano tanti, così s’iniziò a “studiare” quale fosse il metodo più rapido ed economico. Si utilizzarono dapprima le cosiddette noyades, battelli pieni di prigionieri da fare affondare nelle acque della Loira. In questo modo si espresse un rivoluzionario ad un rappresentante del popolo: “Amico mio, ti annuncio con piacere che i briganti sono proprio distrutti. Il numero di loro che ci viene portato qui da otto giorni é incalcolabile. Ne arrivano ogni momento. Poiché fucilarli é troppo lungo e si consumano polvere e pallottole, si é presa la decisione di metterne un certo numero in grandi battelli, condurli in mezzo al fiume a una mezza lega dalla città e là si cola a picco il battello. Questa operazione si fa ogni giorno.” (R.Secher, cit., p.152)

Fonti rivoluzionarie riportano che un delegato di polizia, scrivendo a Parigi, si lamenta perché un generale rivoluzionario avesse inventato i forni crematori per uccidere tutti (anche donne e bambini) e per risparmiare pallottole. Lo storico Secher riporta le parole di Gannet, un ufficiale di polizia: “Amey (…) fa accendere forni e, quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini. Alle nostre rimostranze (…) ci ha risposto che così la Repubblica voleva far cuocere il suo pane.” (R.Secher, cit., p.27)

E a Parigi arriverà anche una lettera di Saint-Just, anche lui inviato in Vandea. Egli dichiara che é un vero peccato seppellire i cadaveri quando invece possono essere utilizzati altrimenti. Dopo un po’, precisamente il 14 agosto del 1793, scrive Saint-Just di aver trovato il sistema per utilizzare i cadaveri: “A Meudon si concia la pelle umana. La pelle che proviene da uomini ha una consistenza e una qualità superiori a quella dei camosci. Quella dei soggetti femminili é più morbida, ma é meno robusta (…).”

Ritorniamo al nostro discorso. L’uomo che si oppone all’ideologia non é altro che strumento, materia da riciclare. D’altronde il famoso illuminista La Mettrie (1709-1751) aveva detto:  “(…) il pensiero sembra essere una proprietà (della materia) come l’elettricità, la facoltà motrice, l’impenetrabilità, l’estensione, ecc.”

Ma non solo il XVIII secolo. Sorvolando sul XIX, va detto che il XX secolo è stato il secolo che ha fatto più morti ammazzati.

La Germania nazionalsocialista fu il primo Stato a legiferare contro la vivisezione (legge del 16 agosto 1933), eppure sempre la Germania non solo è stato il secondo Stato a legittimare l’aborto, ma anche lo Stato che praticò l’eugenetica, che procurava cavie umane al tristemente famoso dottor Josef Mengele (1911-1979) per le sue sperimentazioni. Non c’è contraddizione. E’ la mentalità pagana che lo spiega.

Il filosofo australiano Peter Singer (1946), molto letto negli ambienti della nuova sinistra, con il suo antispecismo afferma che avrebbe più diritto alla vita una scimmia sana che non un bambino malato. Oggi siamo inondati da programmi televisivi o articoli in favore dell’abolizione della vivisezione, ma nulla si dice contro l’aborto.

L’uomo è stato dissolto. L’uomo non c’è più, perché Dio non è più riconosciuto come Dio. E quando Dio non è più riconosciuto come Dio, quando Dio viene strappato dall’uomo, chi ne paga le conseguenze non è Dio, ma l’uomo.

Come la materia non si spiega con la materia, come il tempo non si spiega con il tempo, come la storia non si spiega con la storia, così anche l’uomo non si spiega con se stesso.

Erich Fromm (1900-1980), che pur tante sciocchezze ha detto, riconosce, nel suo Psicanalisi della società contemporanea, che “Nel diciannovesimo secolo il problema era che Dio è morto; nel ventesimo secolo è che è morto l’uomo.”

L’uomo è morto. Dio non può morire. Dio è Dio indipendentemente da chi lo riconosce. Dio è assoluto, indipendentemente da chi lo adora. Per l’uomo, invece, le cose stanno diversamente. Se Dio non viene riconosciuto, l’uomo si occulta. Se Dio non viene adorato, l’uomo si riduce a materia calpestabile e sopprimibile. Se Dio si nega, l’uomo si riduce ad invenzione.

Sì: a invenzione. Il filosofo Michel Foucault (1926-1984), esponente di quella tipica filosofia post-moderna e nichilista che cade sotto il nome di post-strutturalismo, nel libro Le parole e le cose, dice chiaramente: “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra chiaramente la data recente. E forse la fine prossima.”

E’ la follia del nulla! E’ la follia di chi parla, tradendo e negando se stesso. Come è insopportabile – anzi: come è tragicamente insopportabile – l’idea di pretendere di interpretare da uomo l’uomo, come è insopportabile e folle l’uomo che crede se stesso un inutile ed insignificante “incidente di percorso”.

Un altro cattivo maestro dei nostri tempi, lo strutturalista Claude Levi-Strauss (1908-2009), in Tristi tropici, scrive: “Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui.”

L’uomo come “incidente di percorso”. Il bambino nel grembo della madre come “incidente di percorso”.

E’ il delirio che invoca la dissoluzione, la sparizione. La Gnosi questo pretende: l’odio verso la vita. L’odio verso la nascita. L’odio verso la bellezza della dimensione creaturale. Il drammaturgo tedesco Georg Buchner (1813-1837), in Woyseck, dice una cosa straordinaria: “Ogni uomo è un abisso, a uno gira la testa se ci guarda dentro”. Tali parole sono il contrario di ciò che oggi si respira. L’uomo non è un “incidente di percorso”, piuttosto ogni uomo è un abisso,  è un mistero: ogni uomo è sacro.

Alfonso de Lamartine (1790-1869), nelle sue Meditazioni poetiche, dice: “Limitato nella sua natura, infinito nei suoi desideri, l’uomo è un dio decaduto che ricorda il cielo”. Sul Dio decaduto ci sarebbe da ridire (d’altronde in questa affermazione ci sono gli errori tipici di questo poeta), ma quanto è vera l’affermazione: l’uomo ricorda il cielo.

Ma allora – dicendo queste cose – facciamo umanesimo fine a se stesso? Che abbia ragione l’antropocentrismo radicale? Tutt’altro. E’ proprio il contrario: l’uomo è grande perché creato e voluto tale da Dio. L’uomo è grande perché ricorda il cielo, come dice de Lamartine.

Dunque la modernità come “bara” dei veri diritti umani. Ma i cattolici che hanno fatto? Che hanno fatto quei cattolici che hanno voluto “incontrare” e “battezzare” la categoria della modernità.

Pensiamo all’Italia. La Democrazia Cristiana, figlia del cattolicesimo democratico, che a sua volta è traduzione politica del modernismo teologico, ha di fatto promosso una legge omicida come la 194/78.

Fermo restando la doverosa preghiera per chi arriva dinanzi al giudizio di Dio, fermo restando il fatto che non siamo autorizzati a giudicare in foro interno nessuno, Oscar Luigi Scalfaro, di cui in questi giorni si sono intessute le lodi, intervistato da Vittorio Messori (Inchiesta sul Cristianesimo, SEI, Torino, 1987, p.218), a proposito dell’atteggiamento avuto dalla DC di fronte alla legge sull’aborto, rispose: “Era un atto dovuto. Il mio partito poteva solo opporsi nella discussione in parlamento e poi opporsi nella votazione. Il che è stato fatto. Poi, la maggioranza si è espressa, ed era quel che era. A quel punto, Presidente della repubblica, Presidente del consiglio, ministri competenti non potevano far altro che firmare: un atto dovuto …”.

Un atto dovuto? Può un cattolico firmare una legge che palesemente va contro la legge naturale? La politica è legittimazione della forza del diritto o del diritto della forza? Eppure, in questi giorni, si è parlato di Scalfaro come un “cattolico coerente e rigoroso”. Ma il problema ovviamente non è stato solo Scalfaro.

Sulla Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, la legge n.194 compare a firma di parlamentari democristiani: il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, i ministri Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino, Filippo Maria Pandolfi. E, come riportò Il Giornale del 25 giugno 1978, un gruppo di cattolici chiese alla Congregazione per la Dottrina della Fede la scomunica dei firmatari della legge, configurata negli articoli 2350 e 2209 del Codice di Diritto Canonico.

Il 21 gennaio 1977 Giulio Andreotti annota sul suo diario: “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver appena cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la DC perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero grave.” (Giulio Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano, 1981, p.73)

Andreotti non si limitò a questo. Il suo governo arrivò a difendere la legge di fronte alla Corte Costituzionale. Nell’udienza del 5 dicembre del 1979, l’Avvocatura dello Stato, su mandato del Governo, difese la legittimità costituzionale della legge.

All’inizio di giugno 1978 il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che non aveva sentito il bisogno di dimettersi prima della firma della legge abortista, fu costretto a farlo per le polemiche sullo scandalo Lockheed.

E vi è da dire che la DC cercò ad ogni costo di evitare uno scontro in Parlamento sull’aborto. In Parlamento esisteva una maggioranza antiabortista, ma la DC rifiutò i voti del MSI ed evitò ogni forma di ostruzionismo.

Nel 1991, Cossiga scrisse inequivocabilmente, ovviamente dalla sua prospettiva di cattolico democratico: “La Dc ha meriti storici grandissimi nell’aver saputo rinunciare alla sua specificità ideologica e ideale: le leggi sul divorzio e sull’aborto sono state firmate da capi di stato e da ministri democratici cristiani che, giustamente in quel momento, hanno privilegiato l’unità politica a favore della democrazia, della libertà e dell’indipendenza”.

Negare la legge naturale è negare la realtà. E’ la violenza dell’utopia. Un cattolicesimo che si allea con l’immanentismo moderno è la negazione di se stesso. E’ la negazione dello stupore come precondizione di ogni sapere. E’ la negazione del realismo per appoggiare ogni sorta di potere immaginifico e ogni sorta di volontà di potenza.

Gustavo Adolfo Bécquer (1836-1870) fu un poeta spagnolo, un poeta peraltro che ebbe una vita particolare e tormenata. Ci sono però alcuni suoi versi che sono interessanti e bellissimi: La tua pupilla è azzurra e se un’idea / come un punto di luce in fondo brilla, / mi sembra nel cielo della sera / una perduta stella! Sono versi d’amore, ma che contengono un’evidenza particolare: l’ineluttabilità dello sguardo. Lo sguardo è imprescindibile. Lo sguardo vale più dell’idea. Lo sguardo vale più del pensiero: un’idea, paragonata ad una pupilla azzurra, non è un nulla: è solo una perduta stella. Lo sguardo di chi ci sta dinanzi è molto di più di ogni costruzione intellettuale. La vita è tale non perché riconosciuta intellettualmente dall’uomo, ma perché è tale in quanto tale. In questi versi c’è tutta la naturalità del realismo filosofico. C’è tutto l’obbligo del riconoscere l’evidenza dell’essere.

Il rito dell’elevatio nell’antica Roma prevedeva che il pater familias prendesse il bambino appena partorito dalla matrona romana e lo elevasse agli dei in segno di ringraziamento. Ma quando lo vedeva deforme (o spesso era la terza o quarta bambina), lo scaraventava a terra, o ordinava di esporlo nelle pubbliche cloache dove moriva di stenti o mangiucchiato dai topi.

Perché scandalizzarsi? Gli antichi romani facevano dopo, ciò che non potevano fare prima. L’uomo di oggi, attraverso le indagini prenatali, può fare prima ciò che non necessariamente deve essere fatto dopo.

Ma chi è il genitore? Il genitore è il proprietario della vita dei figli? Può un genitore decidere se una vita è degna o non è degna di essere vissuta? La realtà dice no. Lo sguardo umile della realtà dice no. La costruzione intellettuale e ideologica dice sì.

Siamo partiti con la grave notizia dalla Danimarca. Terminiano ricordando la testimonianza che Clara Gaymard, figlia di Jerome Lejeune, famoso scopritore della sindrome di Down, detta anche trisomia 21. La donna ha raccontato all’ultimo Meeting di Rimini che un giorno un bambino trisomico di dieci anni si presentò allo studio di suo padre, piangendo convulsamente. La mamma di quel bambino spiegò che il figlio aveva visto un dibattito in televisione, in cui si discuteva della possibilità di eliminare i nascituri affetti da sindrome di Down. Il bambino gettò le braccia al collo di Lejeune, supplicandolo: “Dottore, vogliono ucciderci tutti; la prego ci protegga, siamo troppo deboli, non sappiamo farlo da soli!” Fu da allora che Lejeune decise di dedicare la sua vita alla difesa di quelle fragili esistenze.

Quell’abbraccio del povero bambino down vale più di tanti discorsi. E’ l’abisso di cui parla Buchner. E’ l’uomo come ricordo del cielo di cui parla de Lamartaine. E’ la pupilla azzurra dei versi di Bécquer. Quell’abbraccio del povero bambino down non è una semplice perduta stella. E’ molto più grande. E’ l’abbraccio di Dio. E’ ciò che è più grande dell’universo intero.

Ma l’uomo-che-spiega-se-stesso, l’ideologia-che-spiega-se-stessa, l’economia-che-spiega-se-stessa, la tecnica-che-spiega-se-stessa, non possono capirlo … può capirlo solo il riconoscimento e l’adorazione della Verità.

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