La forte valenza socio culturale del diritto di aborto

(di Alfredo de Matteo) Ha suscitato giustificati moti di sdegno in buona parte dell’opinione pubblica (anche quella non propriamente pro life) l’increscioso episodio della ragazza minorenne costretta ad abortire in seguito alle forti pressioni psicologiche subite dalla giovane da parte dei genitori prima e del giudice tutelare poi.

Nel caso in questione, l’inganno dell’aborto come libera scelta della donna si è rivelato in tutta la sua crudezza e a farne le spese è stata una ragazzina di sedici anni che proprio non ne voleva sapere di “liberarsi” del bambino che cresceva nel suo grembo. Tuttavia, è opportuno analizzare il fatto di cronaca partendo dal suo presupposto fondamentale rappresentato dal dato giuridico normativo.

La legge 194/1978 che disciplina la cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza considera l’aborto un diritto della donna, tanto che esso è di fatto libero, legale e gratuito; per di più, coerentemente con tale assunto, la norma lo consente anche alle minorenni previa autorizzazione del giudice tutelare che nella quasi totalità dei casi acconsente alle loro richieste d’aborto.

Anche a livello europeo l’omicidio selettivo dell’innocente è considerato un diritto al punto da rientrare in quegli ambiti del comportamento umano giudicati socialmente positivi e indicatori di un sano atteggiamento nei confronti della propria ed altrui salute fisica, psicologica e riproduttiva. La recente risoluzione votata a stragrande maggioranza dal Parlamento Europeo definisce l’aborto addirittura uno dei principali obiettivi da perseguire nella lotta all’Aids.

Dunque, se una condotta è protetta dalla legge, considerata buona e socialmente accettabile (se non addirittura auspicabile) è perfettamente logico e coerente fare opera di convincimento affinché chi non è considerato abile a decidere per sé finisca per imboccare “la strada giusta”. D’altra parte, cosa avremmo da dire nei confronti di un giudice che obblighi dei genitori a mandare la loro figlia alla scuola dell’obbligo?

L’istruzione non è un diritto e come tale deve essere garantito comunque, anche qualora il minore non ne volesse usufruire? Dunque, in un certo senso i genitori della sedicenne ed il giudice tutelare si sono comportati da cittadini modello nell’indicare alla possibile futura madre la “cosa migliore da fare”. Certo, cittadini modello di un mondo alla rovescia dove il bene è male ed il male è bene ma figli senz’altro legittimi di un sistema ben collaudato e reso legittimo da decenni di aborto legale.

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