La battaglia di Chen per la vita

(su La Bussola del 24/01/2012) C’è un uomo, in Cina, divenuto cieco quando ancora non aveva compiuto un anno di vita, che ha oggi quarant’anni. A lui è dedicato il convegno per la vita che si terrà a Roma il 12 maggio 2012 all’università Regina Apostolorum e che tratterà della difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, preliminarmente a una marcia nazionale per la vita che avrà luogo il giorno seguente lungo le vie della capitale (nel 2011 fu invece dedicata all’eroe pro-life cubano Óscar Elías Bisce).
Chen vive nel villaggio di Dongshigu, nella municipalità di Linyi, nella provincia nord-orientale dello Shandong. Si chiama Chen Guangcheng.

Solo nel 1994, quando viene accettato alla scuola superiore per ciechi di Qingdao, Chen impara a leggere e a scrivere. Deve lottare per questo, perché, nonostante in Cina vi sia una legge del 1991 che prevede «la protezione delle persone fisicamente handicappate», esentandole dal pagamento delle tasse, anche quelle scolastiche, la scuola vuole fargli pagare l’iscrizione. Chen si ribella e denuncia la scuola per violazione dei diritti dei disabili. Vince. Così come accade nel 2003, quando conduce un’altra battaglia nei confronti della società statale della metropolitana di Pechino, perché non gli consente di viaggiare gratis, come la legge stabilisce. Chen riesce a laurearsi in medicina e torna nel suo villaggio, con un obiettivo preciso: affermare i diritti negati. Di tutti. La sua gente, lo chiama “l’avvocato”: studia legge in maniera autodidatta e i suoi quattro fratelli passano il loro tempo a leggergli a turno la legislazione vigente.

Diventa così famoso e, quando si sposa, una televisione locale manda in onda alcune riprese della cerimonia.
I guai, per Chen, cominciano quando decide di occuparsi della situazione di molte delle donne della municipalità di Linyi, che avevano già avuto due figli e che vengono costrette all’aborto del terzo bambino o alla sterilizzazione forzata. Queste pratiche erano state abbastanza comuni una ventina d’anni prima, quando la legge sulla pianificazione familiare era entrata in vigore, ma successivamente erano state vietate. Chen organizza una sorta di class action – offre consigli legali, compilando proteste e denunce alla magistratura – e denuncia circa 130mila casi di operazioni illegali, conseguenza della solerzia e dell’interesse dei funzionari locali al raggiungimento degli obiettivi del controllo delle nascite, decisivo per la loro carriera.

Per questa battaglia, Chen viene intervistato dalla rivista Time e, alla fine, la Commissione nazionale per la pianificazione famigliare gli dà ragione, senza peraltro preoccuparsi di tutelare né lui né i suoi familiari. Con vari pretesti, viene imprigionato più volte, fino a quando, nel giugno del 2006, le autorità dello Shandong lo condannano a quattro anni e tre mesi per aver danneggiato immobili e per aver organizzato una manifestazione non consentita, che aveva bloccato il traffico. Nello stesso anno, la rivista Time lo include nella lista dei cento “eroi e pionieri” che hanno migliorato il mondo. Nel 2007, Chen riceve il premio filippino “Magsaysay”, una sorta di Nobel asiatico, ma né lui né la moglie hanno mai ricevuto il permesso per andare a ritirarlo.
Chen sconta per intero la sua pena ed esce di prigione nel mese di settembre del 2010, dopo 51 mesi di reclusione. Durante la detenzione, viene più volte torturato e privato di qualsiasi cura medica. Pur avendo scontato la pena inflittagli, viene posto agli arresti domiciliari, insieme ai suoi familiari, la moglie, Yuan Weijing e la loro figlia di sei anni, mentre il  figlio più grande vive con dei parenti: quando ha lasciato la casa dei genitori l’hanno  spogliato nudo per perquisirlo. Gli arresti domiciliari, vengono definiti, in Cina, detenzione morbida.

Nello scorso mese di febbraio, “China Aid Association” è riuscita a girare clandestinamente un video a casa di Chen. Il giorno dopo, sua moglie, è stata picchiata dai poliziotti, fino a rimanere priva di sensi. Nel mese di giugno, è riuscita a far arrivare in Occidente una lettera, nella quale racconta che le botte e le torture  sono state inflitte da più di dieci uomini per oltre due ore. Le finestre della loro abitazione sono state sigillate con lastre di metallo; libri, TV e computer sono stati sequestrati, il bastone per ciechi di Chen rubato, così come i giocattoli della loro bambina. Viste le condizioni di salute di suo marito, la moglie di Chen, nella lettera, prega di intraprendere una qualche azione legale per proteggere la sua famiglia. L’intera vicenda mobilita una parte consistente dell’opinione pubblica, quella più acculturata. Negli ultimi mesi, decine di giornalisti e di attivisti hanno provato a raggiungere, senza fortuna, la casa di Chen. Si diffonde sui microblog la campagna «Sosteniamo Guangcheng, liberate Guangcheng». Hu Jia, un’importante attivista recentemente uscito dal carcere, posta su internet la foto di Chen con gli occhiali scuri e in molti lo imitano. Il New York Times scrive che Lei Yu, uno storico dell’Accademia cinese delle Scienze Sociali, ha composto una poesia che denuncia le sofferenze di Chen e che Mao Yushi, economista, fa intendere che il trattamento riservato a Chen Guangcheng potrebbe rompere la tanto agognata “armonia sociale”. Alcuni attivisti appendono sulla facciata del palazzo della regione Shandong, a Pechino, uno striscione in cui si accusano le autorità di rovinare l’immagine della Cina.

Il movimento che supporta Chen Guangcheng cresce. In pochi mesi la campagna ha raggiunto decine di migliaia di persone, non solo fra coloro che sono più impegnati nei diritti umani, ma anche fra la gente comune. La campagna si intitola «Ci sia luce (guang); ci sia onestà (cheng)», giocando sui caratteri del suo nome (Guangcheng). Ogni giorno, decine di persone mettono la loro faccia su un blog e si coprono gli occhi in difesa della sua vita. Infatti, “ China Aid” e “Women Rights Without Frontiers”, hanno ottenuto recenti informazioni sullo stato di salute precario di Chen, a causa delle torture e della malnutrizione: la polizia impedisce di acquistare generi alimentari di prima necessità.
Il 13 ottobre scorso a Shanghai, nella Piazza del popolo, un gruppo di persone ha raccolto firme a sostegno di Chen. Fino ad ora il governo centrale sembra essere sordo sulla sorte di Chen, ma il 12 ottobre scorso è apparso un editoriale sul Global Times, un giornale legato al Quotidiano del popolo, in cui egli viene descritto come «un attivista locale a favore del popolo che ha subito un trattamento ingiusto sotto la politica del family planning». Il Chrd (“China Human Rights Defenders”) ha preparato un nutrito dossier su Chen e la campagna in suo sostegno. In esso si domanda al governo di Pechino di liberare Chen e prendere provvedimenti contro le autorità locali di Linyi. Il Chrd domanda anche alla comunità internazionale di non dimenticare l’attivista cieco; domanda all’Onu una verifica sui diritti umani in Cina, visitando Chen Guangcheng; chiede ai governi di bloccare i visti di ingresso a persone collegate con il suo arresto forzato.

L’attivista per i diritti umani He Peirong ha dichiarato a “Radio Free Asia” che Chen e la moglie saranno presto tradotti in una prigione costruita appositamente per loro e saranno separati dalla loro bambina, alla quale, fino ad ora, è stato impedito di frequentare la scuola regolarmente. Alcuni  attivisti amici della famiglia, hanno dichiarato al South China Morning Post che le autorità dello Shandong hanno terminato nel mese di luglio una casa nel  villaggio di Dongshigu (Linyi), dove pensano di rinchiudere Chen e sua moglie. La casa sarà isolata, circondata da un alto muro e controllata giorno e notte dalla pubblica sicurezza.

Davanti all’abitazione attuale di Chen, la polizia in abiti borghesi vigila che nessuno dall’esterno possa visitare i prigionieri. Nelle scorse settimane giornalisti, attivisti, amici e persino parenti sono stati picchiati e allontanati. Nonostante ciò, dal gennaio di quest’anno, gruppi di attivisti decidono di visitare il villaggio di Chen, tentando di arrivare fino alla casa, diffondendo poi su internet le violenze subite: auto sfasciate, pestaggi, minacce. Recentemente, sono state arrestate quarantasei persone che a più riprese hanno tentato di superare il cordone di polizia che circonda la casa. Anche giornalisti stranieri che hanno tentato di avvicinarsi alla sua casa, sono stati picchiati e il loro materiale è stato sequestrato. Un deputato del Congresso USA, Chris Smith – Presidente della Commissione per i diritti umani – ha dichiarato di aver chiesto il visto per la Cina perché ha intenzione di andare di persona a visitare Chen per accertarsi delle sue condizioni di salute. L’ong “Womens’rights without frontiers” (Wrwf) ha lanciato una campagna per chiedere notizie sulla sorte di Chen. «Siamo allarmati alla notizia riportata dagli abitanti del villaggio, secondo i quali Chen sarebbe già morto», ha detto la presidente di Wrwf, Reggie Littlejohn.

«Se Chen è morto – ha aggiunto – allora il Partito comunista cinese è responsabile in toto per averlo ucciso sotto tortura, avergli negato cure mediche, averlo fatto morire di fame. Se Chen è vivo, noi chiediamo con urgenza che lui e la sua famiglia siano rilasciati in modo immediato e senza condizioni per farlo visitare da un medico e farlo curare».

– Gli USA difendono il pro-lifer inviso a Pechino, di M. Respinti

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