La battaglia culturale sull’aborto nel pantano legale del Mississippi

(di Mattia Ferraresi su “Il Foglio” del 28/10/2011) La Proposition 26 potrebbe stabilire che un feto è come una persona e l’aborto è perseguibile penalmente L’opposizione dei vescovi New York. Nella grande battaglia culturale e legale sull’aborto in America, il caso del Mississippi porta lo scontro a uno stadio ulteriore.

L’8 novembre lo stato del sud voterà la “Proposition 26”, una proposta per aggiungere nel primo articolo della Costituzione una dicitura tanto semplice quanto gravida di conseguenze: “Il termine ‘persona’ dovrà includere ogni essere umano dal momento del concepimento, della clonazione o di qualunque altro equivalente”.

Stabilire per via costituzionale che la persona è tale dal momento del concepimento – sia nell’utero sia in laboratorio – significa che l’embrione avrebbe gli stessi diritti di una persona adulta e, per logica conseguenza, che la violazione di un embrione sarebbe paragonata in termini penali all’omicidio. Anche gli anticoncezionali come la pillola del giorno dopo, che impediscono l’insediamento nell’utero di quello che è già di fatto un embrione, sarebbero automaticamente dichiarati illegali.

Diversi stati americani hanno preso provvedimenti nella direzione della protezione della vita nel suo livello più debole e innocente. Il Congresso dell’Alabama ha ridotto alla ventesima settimana il termine per praticare un aborto legale, in Florida c’è una battaglia per ridurre la gamma dei casi in cui è consentito abortire, l’Ohio ha passato riforme restrittive e il cosiddetto “Heartbeat bill” è ancora al vaglio del Senato: il feto assume i diritti legali di una persona quando i medici possono distinguere il battito cardiaco, ovvero attorno alla sesta settimana.

Il North Carolina ha approvato una riforma che obbliga ospedali e cliniche private a sottoporre tutte le madri che decidono di abortire a un esame agli ultrasuoni, una forma di moral suasion piuttosto traumatica che martedì è stata bloccata da un giudice federale. Michigan, Montana e Wisconsin stanno valutando proposte di legge analoghe. Con la Proposition 26 promossa da Les Riley, direttore dell’associazione Personhood Mississippi, lo stato di Jackson ha trascinato la battaglia per la vita oltre la soglia dello scontro di idee, tanto che il solitamente coeso fronte pro life è tutt’altro che allineato.

I vescovi cattolici concordano nel merito dell’iniziativa ma dissentono pubblicamente sul metodo, tanto che non sostengono la Proposition 26: “La chiesa cattolica e i suoi vescovi sono senza ombra di dubbio a favore della vita, ma non sosteniamo pubblicamente tutte le iniziative che si presentano in nome della vita”, ha scritto il vescovo di Jackson, Joseph Latino, che già all’inizio della raccolta delle firme per il referendum, nel 2009, considerava strategicamente miope la proposta: “Un emendamento a livello statale può mettere in pericolo il nostro tentativo di ribaltare la Roe vs. Wade”.

Per ragioni affini anche la chiesa episcopale non appoggia la proposta e il vescovo Duncan Gray III, noto per essere tutt’altro che tiepido quando si tratta di menare ideali scudisciate nello spazio pubblico, ha spiegato che teme le “involontarie conseguenze” di una legge che cambierebbe radicalmente l’assetto dello stato e le pratiche mediche.

Quale dottore praticherebbe un aborto per salvare la vita della madre sapendo di poter incappare in un’accusa di omicidio colposo? Sarebbe, nelle parole di Gray, un “incubo morale” per i dottori e un ginepraio interpretativo per una Costituzione che cita per 9.400 volte la parola “persona”.

Ad appoggiare la Proposition 26, invece, sono entrambi i candidati al posto di governatore, elezione che si tiene lo stesso giorno del referendum sulla vita. Il repubblicano Phil Bryant, che oltre a essere il vice governatore è anche uno dei promotori del network YesOn26.net, dice che la “vita è sacra e che Dio dice di parlare chiaramente”, mentre il democratico Johnny DuPree voterà “sì” per essere onesto verso il quesito.

“Il referendum – ha spiegato – chiede ‘dove credi che la vita abbia inizio?’. Io credo che la vita inizi con il concepimento”. Più che l’unità dei pro life è questa strana concordia politica che rende plausibile una vittoria dell’emendamento – come spiegano anche gli analisti del John Stennis Institute of Government all’Università del Mississippi – e mette la sordina alla campagna delle associazioni pro choice.
Mattia Ferraresi

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