L’insostenibile libertà di non finanziare l’aborto in America

(di Nicoletta Tiliacos su Il Foglio del 07/02/2012) Non ha resistito nemmeno una settimana la decisione di una delle più importanti fondazioni americane contro il cancro al seno, la Susan G. Komen for the Cure, di ritirare i finanziamenti alla Planned Parenthood, che con più di trecentomila interventi l’anno è il più grande provider di aborti degli Stati Uniti.

Bersagliata da messaggi negativi e da una campagna di stampa e social network compattamente ostile (un milione e trecentomila messaggi solo su Twitter), la fondazione, per voce della presidente Nancy G. Brinker, ha annunciato venerdì scorso, con toni fin troppo imbarazzati, di aver ripristinato i fondi per Planned Parenthood, alla quale solo lo scorso anno aveva erogato 680 mila dollari per i suoi programmi di screening contro i tumori femminili.

“Vogliamo scusarci con gli americani per la precedente decisione, che ha messo in dubbio il nostro impegno nella missione di salvare vite umane”, ha detto la Brinker. E ha aggiunto che non era assolutamente nelle intenzioni della fondazione “agire per motivi politici e sanzionare Planned Parenthood”.

Per la cronaca, non erano passate nemmeno quarantotto ore da un’altra sua dichiarazione, nella quale comunicava che, dopo il ritiro dei finanziamenti a Planned Parenthood, le donazioni alla Komen erano “aumentate del cento per cento in due giorni”, segno tangibile dell’esistenza di un’America che aveva molto apprezzato la svolta.

La fondazione (base a Dallas ma presente in tutto il mondo: il suo logo, il nastrino rosa, è impossibile non conoscerlo) aveva motivato la decisione con il fatto che una recente modifica al suo statuto le impediva di finanziare organizzazioni sospettate di usare fondi pubblici per l’aborto, cosa vietata dalle norme federali.

Su Planned Parenthood pesa infatti un’indagine, richiesta dal deputato repubblicano della Florida Cliff Stearns, per capire se si sia resa responsabile di quella violazione. Anche la nuova vicepresidente di Komen, la repubblicana Karen Handel – in passato candidata per la poltrona di governatore della Georgia – si era dichiarata pubblicamente contro i finanziamenti a Planned Parenthood.

Certo è che l’intero movimento pro life americano ha manifestato con forza il suo scontento per il fiume di denaro che da Komen arriva annualmente nelle casse del “più grande speculatore nazionale sulla questione dell’aborto”, come ha definito Planned Parenthood l’attivista Mark Crutcher, di Life Dynamics.

Judie Brown, fondatrice dell’American Life League, aveva di recente attaccato la Komen che, finanziando l’organizzazione abortista, tradiva la propria missione, perché contraccezione ormonale e aborto sono considerati fattori di incremento del tumore al seno (e nel 2010 i vescovi dell’Ohio avevano proibito qualsiasi colletta a favore di Komen nelle istituzioni della diocesi).

Contro la prima decisione di Komen, Planned Parenthood aveva protestato parlando di “tre per cento” delle sue attività legate all’aborto, mentre tutto il resto sarebbe in linea con la missione di prevenire le malattie.

Ma è difficile dar torto all’editorialista del New York Times Ross Douthat (una delle pochissime voci che nella vicenda si sono dimostrate fuori dal coro) quando scrive che per Planned Parenthood l’aborto non è certo “un aspetto puramente marginale della sua missione, come molti giornalisti creduloni hanno sostenuto”; quel dato del tre per cento, “riciclato all’infinito dalla stampa”, va infatti misurato sul fatto che l’organizzazione
“plausibilmente, ottiene tra il trenta e il quaranta per cento delle proprie entrate dagli aborti”.

Impossibile minimizzare o mascherare più di tanto, insomma, la vocazione abortista di Planned Parenthood, ma in questa storia, più dei fatti, conta l’aria del tempo. E nell’aria del tempo macinata dai mass media, quelle dei pro life sono pressioni indebite e loschi ricatti politici ai quali Komen ha ceduto, per poi pentirsi e fare marcia indietro, travolta dalla lodevole sollevazione popolare dei pro choice, l’anima sana del paese.

Sull’Huffington Post del primo febbraio, la presidente del Planned Parenthood Action Fund, Cecile Richards, aveva chiamato alla mobilitazione contro la Komen, in nome delle donne che avevano potuto usufruire degli screening anti tumore nei centri dell’organizzazione.

La portavoce Tait Sye ha poi annunciato che, erano arrivati in poche ore a Planned Parenthood più di 650 mila dollari (400 mila da seimila donazioni on line e 250 mila da una fondazione texana), a compensazione quasi totale del taglio di Komen, mentre il sindaco di New York, Michael Bloomberg, dichiarava a sua volta l’intenzione di donare 250 mila dollari all’organizzazione.

Così, dopo quattro giorni di bufera e di anatemi (il New York Times aveva pronosticato che la scelta della fondazione Komen avrebbe “minato alle fondamenta una delle campagne più popolari di sempre”), le scuse di Nancy Brinker hanno segnato il rientro della decisione e la vittoria, prima di tutto mediatica, di Planned Parenthood.

Anche se la vicenda ha evidenziato, proprio mentre sembra negarlo, il peso che la posizione pro life continua ad avere negli Stati Uniti, e che è certamente alla base della decisione originaria della Komen. Poi, come nota sempre Douthat sul Nyt, è scesa in campo la corazzata del giornalista mainstream (“The Media’s Abortion Blinders”, è il titolo del suo articolo, uscito sabato scorso): “Sulla questione dell’aborto, i pregiudizi della stampa sono spesso assoluti, e i suoi paraocchi impenetrabili”, ha scritto.

E tira dalla vicenda almeno tre conclusioni: “Primo, che la lotta contro il cancro al seno è unificante e del tutto condivisibile, mentre l’aborto può essere oggi il tema più polarizzante negli Stati Uniti. Secondo, non è più ‘politico’ dissociarsi dal più grande provider di aborti della nazione di quanto non lo sia associarglisi. Terzo, per ogni americano che ha salutato la decisione di Komen con ‘rabbia e indignazione’, c’era probabilmente un americano che si è sentito sollevato e soddisfatto”.
Nicoletta Tiliacos

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