Aborto, assalto all’America Latina

(di Tommaso Scandroglio su La Bussola del 13-10-2011)brazil La Commissione per la Sanità del Senato del Cile ha approvato il mese scorso tre progetti di legge per depenalizzare il reato di aborto nel caso di violenza sessuale, di rischio per la vita della madre e di malformazioni del nascituro. Il Presidente Sebastián Piñera porrà il veto – così come era accaduto in Uruguay nel 2008 con il presidente Tabaré Vázquez  – perchè “uno dei compiti più importanti di un Presidente è lottare per la vita, la dignità e la famiglia di tutti e di ciascuno dei cileni, dal concepimento fino alla morte naturale”.

La stessa Costituzione all’art. 19 parla chiaro: “La legge difende la vita di colui che ancora deve nascere”. Dello stesso tenore il Codice Sanitario che in merito alle pratiche abortive le definisce come “puri e semplici delitti contro l’ordine delle famiglie, la moralità pubblica e l’integrità sessuale”.

Seppur l’aborto sia considerato un reato (in America Latina uguale disciplina penale c’è solo in El Salvador) sono poche le donne che finiscono in prigione, dato che la normativa colpisce soprattutto chi procura un aborto lucrandoci sopra. Insomma nonostante le prime cariche dello Stato e una normativa anche recente difendano il nascituro in modo rigoroso c’è chi rema contro e tenta di introdurre in Cile l’aborto di Stato libero e gratuito.

Un fenomeno isolato? Pare di no. Anche in altre nazioni sudamericane è in atto un progressivo smantellamento delle leggi pro-life. I burattinai che muovono i fili sono i soliti noti.

Nel settembre del 2005 il rosso presidente brasiliano Luiz Inácio da Silva propose un testo per liberalizzare l’aborto sempre e in ogni circostanza. Una trovata personale di Lula? Per niente dato che il progetto era appoggiato da lobby quali le fondazioni Rockefeller, Ford, MacArthur e l’International Women’s Health Coalition, le quali tutte insieme spendono circo 20 milioni di dollari l’anno per sostenere organizzazioni non governative filo-abortiste.

Sempre Lula nel luglio 2010 alzò ancor di più la posta e propose di depenalizzare l’aborto in tutti i paesi dell’America Latina. Il documento che voleva realizzare questo progetto, chiamato “Documento di Brasilia”, è stato presentato all’11° Conferenza Regionale sulla Donna dell’America Latina e dei Caraibi, promossa dalla Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), organismo dipendente dall’ONU.

Il Movimento per la Vita Brasiliano in quell’occasione ricordò che tale documento era “illegale perché il Brasile, come diversi altri Paesi latinoamericani, è impegnato, in virtù di diversi trattati internazionali di carattere vincolante, a riconoscere la personalità giuridica dell’essere umano fin dal concepimento e di difendere la vita umana ancor prima della nascita”.

Uno degli organismi afferenti all’ONU più attivi sul fronte abortista è l’United Nations Popolation Fund (UNPFA). Questo ente ultimamente sta cercando di insinuarsi tra le gerarchie cattoliche brasiliane per diffondere anche tra costoro il credo della “salute riproduttiva” (leggi: aborto). Idem in Guatemala dove il presidente della Conferenza episcopale cattolica e del Comitato dei pastori protestanti sono stati avvicinati da emissari dell’UNFPA allo scopo di coinvolgerli direttamente nelle campagne abortiste.

La lotta del fronte pro-choice poi non è condotta solo nelle aule dei parlamenti ma anche in quelle dei tribunali. E’ il caso di Città del Messico dove nel 2008 una risoluzione della Suprema Corte di Giustizia del Messico, confermando una precedente decisione dell’Assemblea dei Rappresentanti, ha depenalizzato l’aborto nel Distretto Federale fino alla 12ª settimana di gestazione.

Ma proprio alla fine di settembre di quest’anno la stessa Suprema Corte ha dichiarato costituzionale la riforma approvata dallo Stato della Bassa California per tutelare il nascituro fin dal suo concepimento. Amnesty International ha protestato contro la decisione confermando il fatto che le leggi nazionali sull’aborto non sono più da tempo affare privato degli stati ma coinvolgono interessi sovranazionali.

L’episodio messicano rimanda ad un altro simile avvenuto in Colombia. Dopo un ricorso alla Corte Costituzionale, cinque anni fa questo paese introdusse l’aborto legalizzato. La sentenza è stata l’esito di pressioni politiche di influenti organizzazioni internazionali quali l’International Planned Parenthood Federation (principale partner dell’UNFPA), la Women’s Link Worldwide (soggetto che fece ricorso), la Catholics For a Free Choice (che di cattolico ha solo il nome). A queste sigle si accodò anche il quotidianoThe Economist.

Le galassie di soggetti giuridici impegnati a diffondere le pratiche abortive poi non si contano più tanto sono numerose. Ad Haiti ad esempio è attiva la confederazione “Golf Women’s” e il “Centro di solidarietà per le donne per lo sviluppo”; in Messico i “Servizi Umanitari della Salute Sessuale e Riproduttiva”; in Perù il “Centro di Promozione e Difesa dei Diritti Sessuali e Riproduttivi”; in Guatemala la “Maria Stopes Internacional”.

In Argentina sono addirittura circa 250 le organizzazioni pro-aborto – tra cui è da segnalare l’ “Organizzazione cattolica per il diritto a decidere” – tutte riunite sotto questo slogan: “Educazione sessuale per decidere, anticoncezionali per non abortire, aborto legale per non morire”. Oltre a questo esercito di militanti sul campo, c’è chi gestisce l’informazione manipolandola non poco. E’ il caso dell’Istituto Alan Guttmacher specializzato in ricerche statistiche su aborto, contraccezione, rapporti sessuali et similia.

Queste spinte per rendere sempre più accessibile l’aborto vengono quindi dall’alto. All’opposto la gente comune non vuole per nulla depenalizzare l’aborto. Infatti in questi paesi non ci sono mai state raccolte di firme, petizioni popolari, richieste di referendum, manifestazioni di piazza, proteste tramite web. Anzi il popolino si è opposto a queste riforme eteroimposte.

La Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali con sede a Città del Messico ha realizzato nel 2010 un’inchiesta in Brasile, Cile, Messico e Nicaragua sul tema dell’aborto. Tra il 66% e l’81% degli intervistati è contrario alla legalizzazione dell’aborto e coloro che hanno dimostrato maggiore avversione sono state le donne.

In Colombia, quando la Corte Costituzionale doveva decidere se legalizzare l’aborto, furono mandate ai giudici due milioni di firme. Tra l’altro a Santiago del Cile è stato istituito l’”Azione Mondiale di Parlamentari e Governanti per la Vita e la Famiglia” sorta dall’attivismo dei movimenti pro-life che raccolgono numerose adesioni.

Tutto ciò per dire che esiste uno scollamento profondo tra il sentito popolare, ancora preservato da certe mefitiche influenze culturali, e il ristretto cerchio di persone che governano una nazione le quali non di rado sono affiliate alla massoneria oppure soggetti facilmente ricattabili con denaro o con altre promesse da queste fondazioni che navigano nell’oro.

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