Una cultura della vita

Correva l’anno 2015 quando la nostra basilica di Santa Maria Sopra Minerva ospitò una adorazione eucaristica a promozione della cultura della vita. Questo evento liturgico preparava lo splendido evento della Marcia per la Vita, che ogni anno a maggio raccoglie un non indifferente numero di militanti di diverse associazioni pro life, sacerdoti, religiosi, operatori dei Centri Aiuto per la Vita per citarne alcuni. Così questo evento si configura come una vera e propria marcia, per le vie della Capitale, in evidente contrapposizione con la dominante cultura della morte / necrocultura e il suo dogma principale: l’aborto come diritto inalienabile.

Quando l’aberrazione più forte che esista – l’uccisione deliberata di un bambino nel grembo di sua madre – diventa diritto che per attuarsi giunge a forme di minaccia (http://www.uccronline.it/2…,https://www.youtube.com/watch…) e negazione della libertà di espressione (http://www.femminismorivoluzionario.com/2… ), i cattolici e gli uomini ragionevoli non possono più tacere e anzi devono manifestare il loro dissenso e generare una cultura contraria a quella mortifera. Una cultura che riscopra il valore della difesa degli innocenti. Una cultura della vita, della libertà e della responsabilità che non si arrende al fatto che la necrocultura abbia posto radici ideologiche dappertutto e sembra invincibile. Oggi parliamo di questi temi insieme alla presidentessa della Marcia per la Vita, Virginia Coda Nunziante.

  1. Gentile dottoressa Coda Nunziante, da quanti anni si occupa di organizzare la Marcia per la Vita? Può raccontarci come è nata l’idea di organizzare il più grande evento life italiano? Quante sono le associazioni, civili e religiose che partecipano annualmente alla Marcia?

Per molti anni ho partecipato alle Marce per la Vita in varie parti del mondo ma specialmente negli Stati Uniti. Mi ha sempre molto colpito la presenza molto numerosa di giovani: li osservavo nel loro entusiasmo e con quanta determinazione difendevano la causa della vita. Mi sono dunque posta il problema: ma perché in Italia non ci può essere una Marcia per la Vita? Era la fine del 2010: eravamo riuniti con un gruppo di amici in un istituto religioso di Innsbruck. Lì è stata presa la decisione: dovevamo anche noi, come quasi tutti i paesi europei, organizzare una Marcia per la Vita. E ci trovammo a fine aprile 2011 a Desenzano: eravamo 800 ma ben determinati.

  1. La necrocultura e il suo dogma: l’aborto. Secondo lei, come è possibile che una mentalità abortista sia penetrata così fortemente nella cultura mondiale? Quali sono le cause culturali, politiche, sociali che hanno permesso che l’omicidio si camuffi in diritto?

A mio avviso tutto gira intorno al falso concetto di “diritto umano”. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 parla espressamente del diritto alla vita e del diritto all’autodeterminazione. Su questi due punti si sono focalizzati i fautori dell’agenda abortista: l’embrione non è “vita” e la donna deve essere libera di scegliere contro ogni ragionevolezza (il famoso slogan femminista del 68: Il corpo è mio e lo gestisco io). Il problema di fondo è che lì ci sono due corpi e due vite, ambedue da salvaguardare. Nello stravolgimento lessicale e concettuale a cui siamo stati sottoposti dai grandi potentati mediatici, il delitto si è trasformato in “diritto”.

La donna è stata creata per essere la madre della vita, colei che è in grado di trasmetterla, fisicamente, geneticamente e spiritualmente.

Non c’è niente di più bello e di più grande che poter dare la vita. E’ necessario dunque impegnarsi per trasmettere alla società questo messaggio, soprattutto alle nuove generazioni: troppo spesso oggi si vede un figlio solo come un problema, un peso di cui possibilmente sbarazzarsi. La vita invece va vista come un dono meraviglioso, unico e irripetibile.

  1. Diritto di scelta della donna e diritto di vivere del bambino: davvero questi due diritti sono in contrasto?

A mio avviso, la donna, proprio perché è colei che dà la vita, non può mai scegliere di infliggere la morte al proprio figlio. E’ quanto di più innaturale ci possa essere. La donna può scegliere se tenere o affidare ad altri la creatura messa al mondo. Questa creatura, questo essere umano, fin dal concepimento ha il diritto inalienabile alla vita che nessuno può arrogarsi il diritto di togliergli. Proprio per questo, un diritto di scelta della donna a sopprimere il proprio figlio non deve esistere.

  1. La necrocultura ha un secondo dogma: l’Eutanasia. Esiste un filo comune che lega l’aborto e l’eutanasia?

I fautori del diritto all’aborto hanno da sempre sostenuto anche l’eutanasia. Prima la società non era ancora pronta ma adesso, dopo 40 anni di martellamento continuo sul diritto all’autodeterminazione, siamo giunti all’eutanasia. Il ragionamento che passa dall’uno all’altro è logico e consequenziale: suo mio corpo ho diritto di scelta. Posso dunque decidere se uccidere o no il mio bambino, posso decidere se continuare a vivere o chiedere ad altri di uccidermi. La necrocultura si impone nella fase iniziale, il concepimento, e nella fase finale, la vecchiaia, la malattia.

  1. La necrocultura e la sua fine. Crede che ogni mentalità contraria alla difesa della vita abbia in sé stessa i semi della sua fine? Dunque possiamo essere speranzosi che un giorno il diritto non permetta più l’attuazione di un aborto procurato?

Certamente la necrocultura ha in sé i germi della sua auto-distruzione. Ma penso anche che il richiamo della vita è talmente forte che l’uomo non sarà influenzato ancora per molto da questa cultura suicida. C’è un istinto di conservazione e di buon senso che prevarranno. A mio avviso, se ipoteticamente per vari mesi non avessimo più i mass-media, internet, la televisione… che impongono un pensiero unico, la natura prenderebbe il sopravvento e l’uomo ritornerebbe a rispettare e ad amare la vita.

  1. In conclusione, cosa si sente di dire a tutto il Popolo della Vita, a tutti coloro che ogni giorno si adoperano affinché la vita sia difesa e ogni bambino possa nascere?

Il maggior augurio che io faccio a tutto il popolo della vita è di non stancarsi mai di combattere in difesa della vita e contro la cultura della morte. Questo impegno porta ogni giorno dei risultati (ogni bambino che viene strappato all’aborto è una vittoria) ma nel lungo periodo, se saremo perseveranti, si potranno ottenere anche grandi risultati maggiori e insperati come l’abolizione della legge sull’aborto. La Marcia per la Vita vuole essere anche questo: un impegno annuale che ci ricorda che abbiamo una legge profondamente ingiusta che ha già ucciso oltre 6 milioni di bambini, e che questa legge è inaccettabile e che va combattuta fino alla sua abolizione. Sappiamo che nulla è impossibile a Dio ma ognuno di noi deve fare la propria parte: innanzi tutto con la preghiera, che smuove le montagne, e poi con la perseveranza nell’azione.

 

fr. Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P. dominicanes.it

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