Parto: gioia e dolore, nel rispetto delle persone

La gravidanza è un’esperienza che coinvolge la donna nella sfera più profonda di sé, la apre all’accoglienza di una nuova vita e la pone intimamente in relazione con quel piccolo essere umano che già vive dentro di lei. Gli istanti prima che un neonato venga alla luce sono senza dubbio carichi di adrenalina e  la mamma dovrebbe essere aiutata serenamente a sperimentare il dolore e la grande gioia del parto. Purtroppo, però, non è sempre così. Ne abbiamo parlato in un nostro articolo in cui si denunciava la “violenza ostetrica”.

E’ triste constatare che un milione di madri italiane abbiano vissuto il parto come un’esperienza traumatica.

Per capire di preciso i caratteri del fenomeno in questione può risultarci utile prendere in esame la definizione di violenza ostetrica fornitaci dalla “Ley Organica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia” del Venezuela, nel 2007. Essa infatti “si esprime come trattamento disumano, un abuso di farmaci, di trasformazione dei processi naturali in quelli patologici”. L’appena citato testo di legge fu ottenuto in seguito ad una decisa campagna attivistica del movimento femminista, il quale rivendicava il diritto di autodeterminazione della donna.

A questo punto, i ben definiti termini della questione ci consentono di riflettere sui più pregnanti aspetti di essa. Affidabilità e collaborazione è quanto spera di trovare nel personale sanitario chi ad esso ricorre nelle ore del travaglio affidando alle sue competenze quanto di più caro possiede: la vita di sé e del proprio figlio. In tanti casi però è avvenuto il contrario. Da un lato c’è la malasanità per cui troppo spesso si sentono storie di pazienti maltrattati nelle corsie degli ospedali (in ogni reparto). In ostetricia c’è il caso dell’episiotomia, più volte praticata senza il consenso informato della paziente. O del parto cesareo a cui si ricorre, soprattutto in Italia, con troppa facilità e senza reale necessità.

Ma quel bimbo, che nel tempo naturalmente stabilito percorrerà il viaggio che lo condurrà alla vita extrauterina, non è un oggetto intrappolato nel ventre materno da tirar fuori senza alcun rispetto di lui e di chi lo ha portato in grembo, rendendo così la sala parto un luogo di violenza ostetrica. E, d’altra parte, quel bimbo vale molto più di un sentimento di autodeterminazione o di rivendicazioni sociali.

La difesa del diritto di cure della donna e del piccolo non devono mai essere confusi con la ricerca del proprio benessere. Il parto può essere un’esperienza di vera gioia – nonostante il dolore fisiologico –  sia per chi mette al mondo un figlio, sia per chi lo assiste medicalmente. Tutti coloro che in esso sono coinvolti hanno una missione molto più alta di qualsiasi forma di egoismo personale: portare alla luce un uomo.

 

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