L’aborto non è una scelta: l’incubo vissuto da una sedicenne

Questa vicenda merita di essere conosciuta perché dimostra il tragico inganno che si nasconde dietro la legalizzazione dell’aborto, inteso come diritto della donna alla “scelta” e la superficialità con cui spesso viene praticato, soprattutto nel caso di giovanissime mamme.

Nella mattinata del 12 giugno scorso, all’Ospedale Santorso di Vicenza, era programmato un intervento di aborto su una ragazzina di sedici anni, Letizia (nome di fantasia, n.d.A.).

La giovane nel disperato tentativo di salvare il proprio bambino, contro le pressioni dei genitori, riesce ad inviare una richiesta di aiuto, tramite whatsapp, a un’amica,  Loreta che la raggiunge alle 13:30.

In quel momento, Letizia si trova in una stanza con la psicologa, che cerca di tranquillizzarla e le promette di parlare con i genitori, per convincerli ad accettare il suo bambino.

Loreta riesce ad entrare nella camera e abbraccia Letizia, che tremando, le ripete tra le lacrime: «Ho paura, tanta paura perché vogliono uccidere il mio bambino!».

Loreta cerca di rassicurarla, ma presto viene allontanata dalla stanza, ottenendo però il permesso di sostare nel corridoio.

Qui viene raggiunta dalle amiche Sonia e Maria, un’ostetrica.

Insieme iniziano a pregare per il bambino e per la sua mamma.

Presto un’operatrice sanitaria costringe le ragazze ad allontanarsi, accusandole di recare disturbo al reparto e minacciandole che se il padre di Letizia le avesse viste, le avrebbe denunciate ai Carabinieri.

Dopo qualche tempo la psicologa esce dalla stanza, sostenendo che ogni cosa è sistemata: il padre ha accettato la scelta della figlia e che quindi Loreta e le sue amiche possono tornare a casa tranquille.

Mentre Loreta, Maria e Sonia stanno completando il rosario vicino all’ascensore, vengono affrontate dal padre di Letizia, che inveisce contro di loro, dicendo di sapere con certezza che l’unica cosa giusta per sua figlia è l’aborto. L’hanno già fatto la sua compagna, sua madre e sua zia. L’aborto non è un problema e quindi sua figlia non deve far altro che abortire.

Poi minaccia di chiamare i carabinieri se Maria e le sue amiche non se ne fossero andate, smettendo di immischiarsi nelle sue faccende.

A questo punto, dopo essersi consultate con degli amici di associazioni prolife (Movimento per  la Vita, Movimento con Cristo per la Vita, Ora et Labora in difesa della Vita e con alcuni avvocati dei Giuristi per la Vita), alle ore 16:43 Loreta con un’altra amica Lorella, chiama la polizia del posto per denunciare l’accaduto.

La polizia risponde che i carabinieri di Schio e tutte le pattuglie sono impegnate e che sarebbero arrivati in ritardo, ma che non è possibile far abortire la ragazzina senza il suo consenso firmato.

Intanto Letizia comunica via whatsapp con Loreta fino alle 15:05.

Poi più nulla. Il suo telefono è irraggiungibile.

Quando alle 17:50 i Carabinieri di Schio arrivano sul posto, Letizia, in preda ad un pianto disperato, scrive alla cugina un messaggio in cui le dice di essere appena uscita dalla sala operatoria.

Il suo bambino non c’è più: le è stato praticato l’aborto.

Meno di tre ore sono state sufficienti per distruggere due vite.

La mia e altre associazioni prolife si attiveranno per far emergere la verità dei fatti e le responsabilità di quanti vi hanno preso parte.

 

Giorgio Celsi

 

NdR:

  • Le donne non sono mai veramente libere di scegliere l’aborto: o sono costrette da persone, come in questo caso, o sono costrette dalle circostanze. E, però, anche in questo caso, “le carte sono a posto” e nelle statistiche risulterà che Letizia ha dato il suo consenso informato. 
  • Le istituzioni, da quando è stato legalizzato l’aborto, non hanno mai offerto un’alternativa – una vera scelta – alle madri in difficoltà: solo il volontariato (come ad esempio i Cav) – quando possono e quando riescono a superare il muro di ostracismo sollevato dalle strutture pubbliche nei loro confronti – danno una vera alternativa all’aborto.
  • L’aborto legale offre alla madre in difficoltà una finta soluzione ai suoi problemi: la società si toglie di dosso ogni responsabilità e la donna, dopo l’aborto, si ritrova nella stessa situazione di prima, in più madre di un bambino morto per causa sua.  

 

Notizie ProVita – 13 giugno 2018

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