La strategia pro life di Trump per abolire l’aborto

Quando il 23 settembre scorso Gerardo Rivera ha domandato durante un’intervista radiofonica a Trump se pensava che la Roe v. Wade (la sentenza che nel 1973 legalizzò l’aborto in Usa) dovesse essere annullata», il presidente americano ha risposto che «non voglio parlarne ora, perché è una controversia che lascerò nelle mani della Corte».

Lo stesso aveva ripetuto in campagna elettorale alimentando i dubbi di alcuni pro life che proprio non si fidavano dell’ex uomo d’affari senza scrupoli né princìpi. Anzi c’era chi temeva che una volta eletto avrebbe nominato giudice della Corte Suprema sua sorella Maryanne Trump, una cristiana adulta educata alla scuola dei gesuiti, come lei stessa rivelò.

In realtà Trump ha capito che se davvero si vuole cercare, se non di abolire, di porre seri impedimenti all’omicidio dei bambini in grembo, che solo negli Stati Uniti ha raggiunto la cifra di 58 milioni di morti in 40 anni, deve continuare a contornarsi di uomini intenzionati a rispettare la giustizia e la libertà contenute nella costituzione americana salvaguardando la legge naturale su cui si fonda. Infatti, oltre ad affiancarsi a Mike Pence, il primo vicepresidente Usa a partecipare alla marcia annuale per la vita di Whasington, e ad altri difensori della vita e della famiglia chiamati nel suo staff, oltre a togliere fondi non solo internazionali ma anche nazionali al colosso degli aborti Planned Parenthood, dopo la morte del giudice conservatore Antonin Scalia, Trump ha voluto alla Corte Suprema Neil Gorsuch, un uomo sulla stessa lunghezza d’onda del predecessore. Certo i progressisti anticlericali e a favore della limitazione dalle libertà religiosa e della persecuzione di chiunque abbia visioni differenti a quelle arcobaleno hanno tremato, ma il vero panico si è scatenato successivamente, con le dimissioni in giugno di Anthony Kennedy, l’ago della bilancia della Corte Suprema che approvò sotto Obama il cosiddetto “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.

Come abbiamo visto la nomina di Brett Kavanaugh, noto pro lifeha scatenato una reazione spropositata con un accumularsi di accuse di molestie sessuali da parte di donne che hanno testimoniato contro di lui attraverso racconti non verificati e in certi punti anche contraddittori. Ma Trump, anziché indietreggiare, ha fatto la stessa cosa che fece dopo la tempesta di proteste e di violenze verbali contro di lui (scatenatasi dopo la sua elezione e dopo la decisione di togliere i fondi all’aborto), ha rincarato la dose convinto di quanto aveva promesso alla fine di agosto ai leader delle chiese cristiane: «Insieme eleveremo la nostra nazione in preghiera, difenderemo la santità della vita e per sempre resteremo orgogliosamente una nazione al servizio di Dio».

Non a caso, proprio quattro giorni fa, in piena bagarre politica, la sua amministrazione ha annullato il contratto che permetteva di comprare feti abortiti per la ricerca alla Food and Drug Administration, ente che dovrebbe essere imparziale ma che così aveva tutto l’interesse a favorire l’aborto massiccio e legale. A ciò seguirà un’indagine per «il controllo di tutte le acquisizioni di tessuti di feti umani», ha comunicato il Servizio sanitario nazionale. Visto che come hanno giustamente affermato alcune associazioni pro life «la cancellazione di un unico contratto» è «del tutto insufficiente». Certamente tutto ciò è stato favorito dall’inchiesta del Center for Medical Progress (Cmp), il cui leader ha accettato di pagarla cara pur di pubblicare i video che mostravano la compravendita di feti fra la Planned Parenthood e la StemExpress, ma a Trump va il merito di non aver lasciato cadere.

E di fronte al fatto che «i democratici stanno lavorando duramente per distruggere un uomo meraviglioso, e un uomo che ha il potenziale per essere uno dei più grandi giudici della Corte Suprema, con una serie di accuse false di un calibro mai visto prima», come aveva detto una settimana fa, Trump ha deciso di mettere l’acceleratore invece che frenare di fronte a muri avversari sempre più alti, dichiarando che certo «i repubblicani non potevano essere più gentili, più rispettosi del processo e certamente più rispettosi delle donne, e va bene, ma io avrei risolto la questione molto più velocemente». Poi, dopo la testimonianza di Kavanaug di venerdì scorso, il presidente ha spinto di nuovo i suoi aggiungendo che il giudice «ha mostrato esattamente all’America perché l’ho nominato. La sua testimonianza è stata potente, onesta e avvincente. la ricerca dei democratici e la loro strategia distruttiva è vergognosa e questo processo è stato una farsa totale e lo sforzo di ritardare, ostacolare e resistere. Il Senato deve votare!».

Si sa che la strategia del presidente è contraria a quella classica di un leader politico, che solitamente nel mezzo di attacchi simili fa dei passi indietro per trovare un compromesso. Il presidente Usa ha infatti capito, e dimostrato al mondo, che c’è solo un’arma per vincere il radicalismo estremo e per ottenere consensi, non scendere a patti e perseguire l’obiettivo con ancora più forza a costo di ricevere odio e di essere sempre più infangati dagli avversari.

Anche perché se la nomina di Kavanaugh sarà confermata, la Corte Suprema potrebbe abolire la Roe v. Wade sentenziando che il feto è una persona (e quindi l’aborto un omicidio) o circoscrivere il diritto alla privacy lasciando agli Stati la facoltà di proibire l’aborto, oppure, nel più probabile dei casi, permettere agli Stati di imporre norme molto più rigide e restirittive, senza possibilità di interventi giudiziari che si appellino alla legge federale, favorendo la chiusura delle cliniche abortive.

 

Benedetta Frigerio, La Nuova Bussola Quotidiana – 30 settembre 2018

 

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