Il “principio di Erode”

Sono forti le pressioni per promuovere l’aborto in Irlanda, attualmente uno dei Paesi con le leggi più restrittive in materia: il Parlamento ha insediato un organo consultivo, l’Assemblea dei Cittadini, guidata dal giudice della Corte Suprema, Mary Loffoy, affinché elabori il testo di un’eventuale riforma, che tenga conto degli aspetti medici, legali ed etici della questione. Il documento finale è atteso per fine anno e verrà poi vagliato in sede parlamentare per gli emendamenti del caso.

Apportare modifiche, provvidenzialmente, non è però né semplice, né automatico. L’art. 40.3.3 della Costituzione irlandese, infatti, tutela la vita e recita: «Lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro, nel rispetto della parità del diritto alla vita della madre ne garantisce il rispetto e, per quanto possibile, attraverso le sue leggi difende e rivendica tale diritto».

 

Un tragico primato

Per questo molte e pesanti sono in questi mesi le interferenze pro-choice sui lavori dell’Assemblea. In tal senso, davvero choccante è stato l’intervento del dott. Peter McParland, medico islandese, al National Maternity Hospital di Dublino: egli ha qui esaltato i risultati conseguiti nel suo Paese, dove «il 100% dei bambini cui è stata diagnosticata la sindrome di Down, è stato abortito. Nei cinque anni scorsi non sono nati figli» con tale patologia, ha dichiarato incredibilmente entusiasta, auspicando che anche l’Irlanda segua questo “esempio”.

L’Islanda è, dunque, il primo Paese al mondo ad aver tragicamente eliminato il 100% dei bambini Down nel grembo materno. Lo stesso dovrebbe accadere in Danimarca entro il 2030: del resto, qui il governo già tredici anni fa aveva reso un «diritto» l’eliminazione dei soggetti ritenuti “imperfetti” e ciò ha comportato un’emorragia continua nelle nascite (-13% l’anno), nonché un calo dei neonati Down tra il 2005 ed il 2011 pari al 61%. Calo, che negli Stati Uniti è dell’85%, in Inghilterra del 90%, in Spagna del 95%. Del resto, sul numero dello scorso settembre di Radici Cristiane, il prof. Jean-Marie Le Méné, presidente della Fondazione Lejeune, presentando il suo libro Le prime vittime del transumanesimo, ha spiegato come, in Francia, sia «un fatto già acquisito» che «il 96% dei trisomici diagnosticati prima della nascita vengano abortiti. Un’intera popolazione è quasi completamente scomparsa, marchiata a fuoco per il suo cromosoma in più. Chi viene concepito, è già condannato. Nella storia è la prima volta che una politica sanitaria rende mortale una malattia, che di per sé non lo è affatto». Insomma, un’autentica strage.

Tale sindrome la si ritiene risolta non perché curata, guarita o trattata in qualche modo, bensì uccidendo chi ne sia affetto. Se lo stesso principio lo si dovesse applicare (e non è detto che prima o poi non avvenga), per liberare la società da altre fragilità, anche sociali, come la povertà, la malattia, la vecchiaia, è facile intuire le dimensioni che potrebbe assumere questa disumana ecatombe.

 

Una vita serena

Ecatombe, che si scontra, oltre che con l’evidenza quotidiana, anche con i dati emersi da diverse indagini: una, pubblicata nel 2011 sull’American Journal of Medical Genetics, evidenzia chiaramente come il 99% dei soggetti Down sia assolutamente felice della propria vita e sereno in famiglia. Il dott. Brian Skotko ha coordinato l’équipe, che ha intervistato ben 2.400 genitori, per conoscere quale personale rapporto avessero instaurato con i propri figli trisomici. I risultati parlano da soli: il 99% ha detto di amarli; il 97% si sentiva orgoglioso di loro; il 79% è riuscito a concepire la propria vita «grazie a lui» in modo molto più positivo; solo il 5% si vergognava di loro ed il 4% si era pentito di averli dati alla luce. In un altro studio, il dott. Skotko ha intervistato 822 fratelli di soggetti Down per sapere come percepissero la loro presenza in casa: quasi tutti vivono in modo positivo e stimolante la relazione, l’88% ritiene di sentirsi una persona migliore, oltre il 94% ne è orgoglioso. Ma c’è una terza ricerca dello stesso autore, condotta nel 2011 e pubblicata sull’American Journal of medical genetics, mirante a sapere come i soggetti Down pensino la propria condizione: dei 284 intervistati di età superiore ai 12 anni, il 99% si è dichiarato felice della propria vita, il 97% si piace per quello che è, al 96% piace il proprio aspetto; non solo, il 99% dichiara di amare la propria famiglia, il 97% «adora» i propri fratelli e le proprie sorelle e l’86% dichiara di poter stringere facilmente amicizia.

Se a queste persone felici in famiglie serene fosse stato applicato il “principio di Erode”, che par valere ormai in Islanda e cui si mira altrove, dei loro sorrisi, della loro gioia, dei loro volti non vi sarebbe traccia. Forse una tomba o forse nemmeno quella.

 

Mario Parmigiani per Radici Cristiane

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