Il prete arrestato perché aiuta le donne a non abortire

Arrestato per aver cercato di aiutare le donne che volevano abortire, donando una rosa rossa come Mary Wagner, ha dichiarato senza enfasi che «è un sacrificio minimo da fare per dare più voce ai bambini». La sua testimonianza come padre pentito dell’aborto fu la prima nel suo genere alla Marcia per la Vita di Washington del 2004, dopodiché molti altri uomini decisero di seguirlo raccontando il loro dolore. Allora ammise la sua colpa scusandosi così: «Ero un uomo tanto piccolo da fare pressione sulla mia ragazza affinché abortisse».

Ma Stephen Imbarrato, nato in New Jersey, non è solo un padre carnale di due gemelli ora in cielo, è anche un padre spirituale di tantissime anime, dato che dopo la sua conversione sentì la chiamata alla vocazione verginale, anche se per accedere al sacerdozio ci volle un certo periodo di tempo, previsto dal diritto canonico per ammettere agli ordini persone che hanno partecipato all’aborto. Perciò divenne prete all’età di 53 anni, capendo che avrebbe dovuto dare la vita al Signore amandolo negli innocenti in grembo e in pericolo di vita: «Non mi sono messo dalla parte della mia fidanzata quando era incinta», disse spiegando il perché oggi ha deciso di mettersi dalla parte di donne e bambini a costo di pagarne il prezzo.

Perciò lo scorso dicembre Imbarrato è entrato in una clinica abortiva di Washington, rifiutandosi di lasciarla su richiesta delle guardie perché stava parlando con una donna in procinto di abortire. Arrestato è finito in carcere e dopo il processo di fine giugno ha spiegato a Lifesitenews che quando era entrato in prigione «ci hanno dato le parole crociate, ho strappato la copertina e l’interno era completamente bianco», così «l’ho trasformata in una croce su cui ho scritto diverse meditazioni che riguardavano la crocifissione di Cristo e anche il massacro di bambini. Poi, da una striscia di plastica, che ho recuperato da una borsa che ci hanno dato per mettere tutte le nostre cose, ho ricavato un rosario di dieci decine».

All’udienza del 25 giugno il sacerdote ha chiarito al giudice di essere rimasto nella clinica «perché eravamo ragionevolmente convinti che queste donne fossero in pericolo e che i loro bambini stessero per morire». Ma il giudice non ha dato retta alla difesa, chiarendo che il 24 luglio il sacerdote dovrà tornare in aula e che verrà formulata la sentenza. Ma al giudice Imbarrato ha ribattuto: «Lascia che le faccia una domanda: qual è invece il giorno in cui i bambini verrano in aula? Quando la loro voce sarà ascoltata in un’aula di tribunale come questa?». E lo ha chiesto chiarendo di non poter vivere dimenticando che il governo sta approvando l’omicidio di massa di migliaia di bambini ogni giorno, il governo lo sta difendendo tramite il tribunale e il giudice, oggi ne è stato l’esempio perfetto. Il governo sta finanziando, con i nostri dollari delle tasse, l’omicidio di massa di bambini non ancora nati».

Ma la sua testimonianza Imbarrato non l’ha data solo nella clinica abortiva e in tribunale, perché la sua vita intera dice di Cristo. Ironizzando ha spiegato di aver «fatto un bel po’ di digiuno» in carcere, ma «in maggioranza non volontario perché la gran parte del cibo non era commestibile». Poi ha passato il tempo a parlare del Vangelo ai carcerati, spiegando che tutti erano rispettosi della sua attività pro vita e che «il loro problema più grande è mantenere un legame con i loro cari». Ma la cosa che lo ha più colpito è quello che ha imparato lui dai detenuti, perché quando lui chiedeva con gentilezza qualcosa di cui aveva bisogno alle guardie, quelle non rispondevano. «Mentre se loro [gli altri carcerati] volevano qualcosa, subito un certo numero di uomini cominciava ad urlare» finché non la otteneva.

Perché il sacerdote ha raccontato tutto questo? Perché dopo aver pregato «innumerevoli rosari, innumerevoli coroncine della Divina Misericordia, innumerevoli Angelus, offerte mattutine, atti di contrizione notturni…», ha capito che Dio gli stava parlando anche così: «Nostro signore mi sta dicendo qualcosa sul movimento pro life?», si chiedeva. E vedendo l’effetto delle urla dei carcerati improvvisamente ha compreso: «Se ci preoccupiamo di essere educati e docili la nostra voce non sarà ascoltata dalle persone che hanno il potere». Perciò davanti al giudice che gli proponeva come alternativa alla prigione la promessa di interrompere la sua testimonianza nelle cliniche il sacerdote ha ripetuto la domanda e insieme ha risposto: «Quando i bambini verrano ascoltati in aula? Oggi lo sono! Signor giudice mi dovrà mandare in prigione».

 

 

Benedetta Frigerio, La Nuova Bussola Quotidiana – 9 luglio 2018

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