Il camion pieno di calze dei migliaia di bimbi abortiti

“Pre-embrione”, “non ancora persona”, “grumo di cellule”, “essere umano in potenza”. In decenni di contraffazione linguistica, la macchina culturale che promuove l’aborto ha inventato una miriade di termini per cancellare dalle nostre menti la realtà, ossia che il bambino nel grembo materno è un essere umano a tutti gli effetti e nessuno dovrebbe essere legittimato a toglierli la vita. Come spiegava il grande genetista francese Jerome Lejeune, la vita è biologicamente un continuum, senza alcuna discontinuità tra il concepimento e la nascita.

Studenti e giovani americani, desiderosi di testimoniare questa realtà così oscurata dal potere, stanno attraversando gli Stati Uniti con un camion carico di 328.348 paia di piccole calze colorate, per ricordare tutti i bambini abortiti nelle cliniche della Planned Parenthood, secondo l’ultimo report diffuso dal colosso degli aborti per l’anno fiscale 2015-2016. Quelle 328.348 paia di baby calze, che avrebbero potuto custodire i piedini di altrettanti neonati, stanno lì a gridare al mondo tutte le bugie di chi legittima l’aborto come libera scelta e rappresenta il bambino non ancora nato come qualcosa di vago e fondamentalmente privo di diritti.

Quelle calzettine colorate sono il segno tangibile della verità e insieme di una mancanza: l’amore al quale non è stata data una chance. Una testimonianza necessaria, se pensiamo che una preghiera davanti ad una clinica per abortire o delle scarpine date a una mamma indecisa hanno a volte salvato un bambino e sostituito la disperazione con la gioia.

Quei giovani volontari fanno parte dell’organizzazione Students for Life of America (Sfla) e da tempo chiedono che alla Planned Parenthood vengano tolti i finanziamenti federali, ben 555 milioni di dollari, che si potrebbero destinare alle strutture che fanno capo al Federally Qualified Health Center, cioè centri qualificati dove non si praticano aborti e si cura (davvero) la salute. Il tour della Sfla prevede tappe in novanta college, con banner informativi e l’esposizione degli strumenti usati per sopprimere i bambini. “Gli studenti meritano di conoscere la verità sulla natura violenta dell’aborto”, spiega la presidente di Sfla, Kristan Hawkins, ben consapevole della censura che ormai vige sull’argomento in tanti campus universitari americani, compresi alcuni a denominazione cristiana. Un tour per riaffermare l’ovvio e contrastare un’ideologia pervasivaun po’ come sta succedendo con il “Bus della libertà” che in questi giorni sta attraversando l’Italia per ricordare che nasciamo maschi o femmine.

Tra le tappe del camion pieno di baby calze, che ad aprile aveva fatto sosta davanti alla sede del Congresso, ci sono anche gli uffici di diversi politici, soprattutto repubblicani con una carica influente, ma pure democratici come Joe Manchin che si è dichiarato pro-life (un’eccezione per il suo partito, in cui l’aborto è stato definito “principio non negoziabile”) ma incoerentemente sostiene la Planned Parenthood. La Hawkins ricorda che “la Planned Parenthood ha mentito alla società americana, ha commesso frodi con i soldi dei contribuenti ed è stato provato che ha venduto parti di bambini abortiti per profitto”, com’è emerso dallo scandalo dei video che l’industria abortista sta cercando di insabbiare con la complicità di alcuni giudici.

“Abbiamo lavorato nella campagna elettorale, abbiamo pregato, abbiamo votato. Abbiamo un Congresso pro-life. Abbiamo un presidente pro-life. Ma a causa del continuo stallo che c’è a Washington, niente è stato fatto”, lamentava nei giorni scorsi la Hawkins, presentendo che anche stavolta c’era il rischio che la misura non passasse, come in effetti è avvenuto. Lei e la giovane generazione pro-life americana sanno ovviamente che da gennaio in poi sono stati fatti passi nella direzione giusta, con la reintroduzione della Mexico City Policy, il taglio dei finanziamenti all’Unfpa, la firma di Trump sulla legge che consente ai singoli Stati federali di negare i fondi pubblici alle strutture che praticano aborti. Ma quei giovani sanno anche che la battaglia nazionale per la revoca dei soldi pubblici alla più grande organizzazione abortista americana è troppo importante per i bambini e il bene del loro Paese. E oggi, davanti all’ennesimo rinvio, bisogna rimboccarsi le maniche e continuare a lottare per la vita più indifesa.

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