I pro-Life sono ad una svolta ?

I pro-life sembrano essere ad una svolta: cominciano a rendersi conto che una battaglia contro l’aborto affinché possa produrre qualche frutto significativo debba passare necessariamente attraverso lo scontro frontale col nemico. Ma chi è il nemico e qual è la sua strategia? Fino adesso è stato identificato nella “cultura di morte”, una definizione facile e comoda che presenta il vantaggio di poter formulare accuse generiche e non circostanziate.

Oltre trent’anni di tentativi di salvare il salvabile, di limitare i danni, di porsi in atteggiamento dialogante e costruttivo con gli avversari hanno prodotto risultati a dir poco deprimenti: oltre cinque milioni di vittime innocenti ed un’espansione vertiginosa della mentalità abortista, oltreché una evoluzione ed un aumento significativo dei metodi abortivi (la cosiddetta contraccezione d’urgenza, la pillola Ru486, la pillola Ellaone ecc). Cominciamo col dire che coloro i quali appoggiano, difendono o semplicemente non contrastano la legislazione abortista (la legge 194/1978) sono i veri nemici da combattere e questa convinzione sembra che finalmente cominci a fare breccia all’interno del mondo pro-life italiano.

La recente polemica tra i maggiori esponenti del Movimento Per la Vita (MPV) e alcuni autorevoli firme del giornalismo cattolico pare tracciare il solco di un nuovo corso: da una parte, coloro i quali vogliono rimanere ancorati alla vecchia politica fatta di compromessi e di facili consensi, dall’altra coloro i quali vogliono finalmente scendere sul campo di battaglia per dare un senso vero al definirsi e all’essere definiti antiabortisti. Non se ne può più dei soliti articoli che ci raccontano la storia della società che “si gira dall’altra parte” per non dover affrontare il problema della donna lasciata sola nella tragica scelta dell’aborto; non se ne può più delle solite conferenze in cui si insiste sul fatto (smentito dalle statistiche ufficiali) che la donna abortisce perché si trova in difficoltà economiche; non se ne può più di chi afferma che l’aborto è un omicidio ma che il responsabile non va punito ma semmai aiutato a superare il suo “personale dramma”.

Finora, infatti, il mondo pro-life si è fatto promotore di iniziative “cuscinetto” e non di contrasto, preferendo puntare quasi esclusivamente sul sostegno economico e psicologico alla gestante in difficoltà, cosa buona di per sé ma non sufficiente. La giornata per la vita che ogni anno si celebra nelle piazze italiane è la cartina tornasole di tale atteggiamento: gli slogan sono pacifici e privi di forza d’impatto (scegliamo la vita, adottiamo una mamma ecc), la coreografia allegra e spensierata (palloncini colorati, mamme con passeggini, papà coi bimbi sulle spalle ecc).

Tutta un’altra cosa, ad esempio, l’imponente Marcia lungo le vie di Parigi appoggiata ufficialmente dai vescovi in occasione dell’anniversario della legge Veil oppure quella altrettanto impressionante che si tiene il 22 gennaio (giorno della nota sentenza Roe contro Wade con cui nel 1973 la Corte Suprema introdusse il diritto di aborto) di ogni anno a Washington negli Stati Uniti e che vede la partecipazione di una grande varietà di movimenti e gruppi. Certo, nulla è cambiato nella sostanza (negli USA i bambini assassinati sono circa 3000 ogni giorno), ma quantomeno la battaglia c’è ed è evidente a tutti.

Nel nostro Paese, oltre a non esserci segno di lotta, non v’è traccia alcuna di politici seriamente impegnati nella lotta contro la legalizzazione dell’aborto; il maggiore rappresentante della “cultura della vita” è il sottosegretario al Ministero della Salute Eugenia Roccella, strenuo difensore della legge 194! Ci auguriamo che le polemiche e le tensioni di questi ultimi mesi facciano virare almeno una parte del mondo dei pro-life italiani verso un approccio più radicale alle questioni legate alla difesa della vita umana innocente, senza compromessi o “scivolamenti” dottrinali. (Alfredo De Matteo)

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