Gli ultimi dati scioccanti che arrivano dall’Inghilterra confermano che l’aborto “sicuro” non esiste

2.600 incidenti gravi, 466 chiamate al servizio di ambulanza, 11 donne trasferite d’urgenza in ospedale, 373 trattamenti a causa del fallimento dell’aborto, donne sottoposte a trasfusioni di sangue a causa delle emorragie, insorgenza di infezioni e lacerazioni all’apparato riproduttivo. E ancora: sospensione dei servizi abortivi ad alcune cliniche per varie infrazioni e la scoperta di un gran numero di violazioni di legge e non rispetto dei requisiti sanitari e di sicurezza… Ma l’aborto legale non doveva essere “sicuro”?

L’organizzazione inglese Marie Stopes International (MSI) è uno dei più grandi enti abortisti del Vecchio Continente, si può considerare la “sorella” europea del colosso degli aborti americano Planned Parenthood. Entrambe le organizzazioni si vantano di praticare nelle loro cliniche, sparse in patria e nel mondo, l’“aborto sicuro”, cioè legale, eseguito alla luce del sole in una struttura medica ben attrezzata, in condizioni igieniche ottimali, da operatori sanitari preparati.

L’aborto sicuro si contrappone al cosiddetto “aborto NON sicuro”, la nuova definizione che ha preso il posto del desueto “aborto clandestino”, ovvero l’aborto praticato dalle donne nei Paesi in cui esso non è legale, che può essere fai-da-te (realizzato con strumenti “casalinghi” o con determinati farmaci, come alcuni antiulcera, reperibili in farmacia) o “professionale” (eseguito da medici compiacenti privi di un’adeguata formazione, in luoghi non idonei o in condizioni igieniche inadeguate).

La differenza tra le due tipologie di aborto è racchiusa tutta nella definizione: l’aborto NON sicuro è quello dannoso, quello che fa male alla salute della donna e ne mette in pericolo la vita. L’aborto sicuro è l’altro, quello che fa bene, che cura dalla gravidanza indesiderata, quello che non provoca complicanze perché eseguito in tutta sicurezza nelle cliniche abortive suddette, finché un’ispezione a sorpresa o un’ambulanza chiamata d’urgenza, non mostrano una realtà diversa.

Una relazione pubblicata a dicembre 2016 della Care Quality Commission (CQC), la Commissione per la Qualità dell’Assistenza Sanitaria in Inghilterra, ha rilevato gravi carenze a livello di sicurezza nelle cliniche abortive di Marie Stopes International, con oltre 2.600 incidenti gravi segnalati nel 2015, obbligando MSI a sospendere i servizi di aborto nei confronti delle giovani minorenni e delle donne vulnerabili. Precedentemente, agosto 2016, alla clinica Marie Stopes di Norwich era stata imposta una sospensione temporanea di tutte le interruzioni di gravidanza, per analoghe gravi violazioni sanitarie e di sicurezza.

Nel rapporto pubblicato a dicembre, che si riferisce alle ispezioni effettuate in 12 cliniche MSI tra aprile e agosto 2016, sono emerse le seguenti infrazioni:

  • Alla clinica dell’Essex, la vigilanza ha scoperto che i medici stavano andando a casa lasciando le donne sedate nelle mani di infermieri e assistenti, non addestrati ad affrontare le emergenze e non in grado di intervenire qualora le donne si fossero aggravate improvvisamente.
  • Nelle cliniche ispezionate, quasi la metà degli infermieri non era stato addestrato a praticare la rianimazione.
  • Alcune donne vulnerabili non avevano compreso pienamente le conseguenze di quello che stavano per fare. La commissione ha individuato il caso sconcertante di un aborto praticato su una donna con disturbi di apprendimento non in grado di comprendere appieno la procedura o le conseguenze.
  • Gli incidenti legati alla sicurezza, compresi gli errori medici e i guasti alle apparecchiature sono aumentati di un terzo in un solo anno.
  • 60 moduli di consenso informato sono stati firmati dai medici senza aver fatto alcuna valutazione approfondita come richiesto dalla legge. Un medico ne ha addirittura compilati 26 in soli due minuti.
  • I bambini abortiti sono stati smaltiti nei normali contenitori dei rifiuti sanitari invece di essere sigillati per la cremazione[1].

Ma non è ancora tutto, un nuovo rapporto della CQC, pubblicato il 21 luglio 2017, facente seguito a un’ispezione a sorpresa condotta a fine febbraio 2017, ha individuato una nuova lunga serie di infrazioni e aborti finiti male. La Commissione ha scoperto che, tra ottobre e dicembre 2016, ben 11 donne sono state trasferite d’urgenza negli ospedali vicini a seguito di complicazioni verificatesi durante le procedure abortive. Una di esse ha avuto bisogno di un intervento chirurgico per riparare la cervice uterina danneggiata, due donne sono state sottoposte a trasfusioni di sangue e un’altra ha avuto un’infezione batterica. È inoltre emerso che, nel periodo di due mesi gennaio-febbraio 2017, ben 373 donne hanno dovuto subire un successivo trattamento a causa del fallimento dell’aborto. Sono state inoltre evidenziate anche altre gravi infrazioni, tra cui un’infermiera non registrata che lavorava nella clinica MSI di Brixton, e il consenso ottenuto da una paziente solo dopo che l’aborto era già stato eseguito. Nel rapporto si legge inoltre che sono stati individuati “problemi con la prevenzione e il controllo delle infezioni”[2].

Queste ulteriori schiaccianti evidenze, che smascherano tutta la propaganda sul cosiddetto aborto sicuro, sono arrivate dopo che migliaia di persone avevano firmato una petizione promossa congiuntamente dalle organizzazioni pro-life Society for the Protection of Unborn Children (SPUC) (Associazione per la protezione dei bambini non nati) e Life, in cui si invitava il segretario alla sanità a togliere la licenza per l’esecuzione degli aborti a Marie Stopes International – che effettua 70mila aborti all’anno di cui 60mila pagati dal Servizio Sanitario Nazionale -, a seguito delle gravi violazioni a livello di sicurezza e salute individuate nelle sue cliniche.

“Le cliniche Marie Stopes mettono in serio pericolo la vita delle donne, ma non si può dire”

Commentando l’ultimo rapporto incriminante, la dottoressa Ruth Cullen della Pro Life Campaign ha affermato: “Queste ultime risultanze mostrano chiaramente che le cliniche dirette da Marie Stopes stanno mettendo in serio pericolo la vita delle donne. Non stiamo parlando di un piccolo numero di semplici infrazioni, ma di una lunga serie di violazioni su salute e sicurezza estremamente gravi, per un lungo periodo di tempo”.

Persone di ogni fronte, nell’ambito del dibattito sull’aborto – continua Cullen –, dovrebbero chiedere la sospensione urgente di tutti i servizi abortivi delle cliniche Marie Stopes, dopo quest’ultimo schiacciante rapporto”. Invece “devo chiedermi dove sia l’indignazione dei gruppi di donne pro-choice di fronte a queste ultime rivelazioni”. Sembra che per alcuni di essi la “priorità sia fare quadrato per evitare una pubblicità negativa, piuttosto che informare le donne sulle minacce reali per la loro salute e vita”.

Un simile approccio – osserva Cullen -, è stato adottato dai gruppi pro-choice nel 2012, quando una donna irlandese è morta subito dopo essersi sottoposta a un aborto in una clinica Marie Stopes di Londra”. Questi gruppi, afferma la dottoressa, “hanno sempre negato ciò che accade ai bambini non nati nelle cliniche Marie Stopes, ma adesso si può dire che stanno negando anche i trattamenti agghiaccianti riservati alle donne in quelle stesse cliniche”.

Le donne – continua Cullen -, sono state tenute all’oscuro per troppo tempo sugli standard sanitari delle cliniche Marie Stopes. Quest’ultimo scandalo rivela fino a che punto alcuni sono disposti a spingersi pur di difendere l’industria dell’aborto. Al momento, i gruppi pro-choice sono totalmente occupati ad attaccare l’Ottavo emendamento introdotto dall’Irlanda [che equipara il diritto alla vita del nascituro al diritto alla vita della madre]. È ora che questi attivisti riconoscano da dove proviene la vera minaccia al diritto alla vita e tengano conto di ciò che è venuto fuori nell’ultimo scandalo di Marie Stopes”.

Cullen conclude osservando che “nonostante queste violazioni siano di vitale importanza nel dibattito sull’aborto in Irlanda” emerge “un categorico rifiuto da parte dei principali media irlandesi ad affrontarle in alcun modo”. E il fatto che “la reputazione dei fornitori dell’aborto si collochi al di sopra della sicurezza e del benessere di donne e bambini” rappresenta “un segno preoccupante per qualsiasi società[3].

 

466 chiamate al servizio di ambulanza solo nell’ultimo anno

Ma non è ancora tutto. A dicembre 2017 è emerso un altro dato scioccante relativo alle cliniche abortive di Londra, facenti capo sia a Marie Stopes International che al British Pregnancy Advisory Service (BPAS). Dopo una richiesta presentata da un cittadino al servizio di ambulanza di Londra, secondo quanto previsto dalla legge “Freedom of Information”, è saltato fuori che, nel periodo che va dal 1° ottobre 2016 al 31 ottobre 2017, le cliniche BPAS e MSI di Londra hanno chiamato il servizio di ambulanza, a causa di complicanze subite dalle donne durante l’esecuzione degli aborti, rispettivamente 313 e 153 volte, per un totale di 466 chiamate in un anno.

Anne Scanlan, direttrice dell’associazione Life, ha affermato che questa “cifra è assolutamente impressionante” perché “significa che vi sono state, solo a Londra, quasi 500 complicazioni alle cliniche BPAS e Marie Stopes in poco più di un anno”, che equivalgono “a una media di una chiamata al giorno al servizio di ambulanza”. Scanlan osserva che bisognerebbe conoscere anche il dato nazionale delle richieste di intervento al servizio di ambulanza e che bisognerebbe anche verificare “se questi incidenti siano stati tutti segnalati alla Care Quality Commission”.

Tutto questo non può e non dovrebbe continuare, mentre il Governo e il resto della società rimangono a guardare”, ha dichiarato Scanlan. “Negli ultimi anni, le cliniche abortive del Paese sono state riconosciute colpevoli di violazioni in termini di salute e sicurezza ed è necessario un intervento immediato per proteggere le donne da costoro, anziché rendere le leggi meno restrittive come richiesto dalla lobby dell’aborto”, ha aggiunto Scanlan, concludendo che ciò di cui hanno bisogno le donne “è un maggiore sostegno per portare avanti la gravidanza, e non che l’industria dell’aborto le sfrutti a motivo della loro gravidanza indesiderata[4].

 

L’aborto legale “sicuro” è mera propaganda ideologica

Come si vede, MSI non è l’unico fornitore inglese degli aborti ad aver avuto problemi con l’esecuzione degli stessi, visto che anche le cliniche del British Pregnancy Advisory Service hanno dovuto chiamare il servizio di emergenza, addirittura con una frequenza doppia rispetto alle cliniche Marie Stopes, e tutto questo nonostante il BPAS si vanti di “sostenere l’aborto legale sicuro” e di “offrire servizi sicuri”, e nonostante non vi siano ispezioni che ne abbiano evidenziato la violazione degli standard di salute e sicurezza.

Ancora una volta è quindi la realtà a sbugiardare tutta la propaganda faziosa sull’aborto legale e sicuro. Se l’aborto legale è sicuro, come si spiega il fatto che in un solo anno si sono verificati ben 2.600 incidenti gravi, e in tre mesi 373 donne hanno dovuto subire un ulteriore trattamento a causa del fallimento della procedura abortiva? E come mai, in un solo anno, 466 donne londinesi hanno avuto bisogno dell’aiuto urgente del servizio di ambulanza? E come si spiegano la necessità di somministrare trasfusioni di sangue a causa delle emorragie, l’insorgenza di infezioni e gli interventi per riparare le lacerazioni all’apparato riproduttivo? E la morte di una donna irlandese dovuta all’aborto, come si spiega? Sono anni che si sente ripetere che la legalizzazione dell’aborto ha reso l’aborto sicuro per le donne, niente di più falso: i fatti dimostrano che l’aborto non uccide solo i bambini non nati, ma ferisce (e qualche volta uccide) anche le madri.

Per avere un’ulteriore conferma di questa realtà, basta guardare al caso dell’Italia che dimostra come non sia tanto la violazione degli standard sanitari e di sicurezza a provocare le complicanze alle donne, ma l’aborto in sé, come abbiamo già osservato in altre occasioni. Tutt’al più il non rispetto degli standard può rendere ancora più grave il problema che, tuttavia, esiste a prescindere dal rispetto di tutti i requisiti.

In Italia non vi sono cliniche private che eseguono gli aborti, la legge prevede infatti che le procedure abortive siano eseguite solo negli ospedali e siano pagati dal Servizio Sanitario Nazionale. Se vi è un Paese in cui gli aborti sono eseguiti in tutta sicurezza, questo è certamente il nostro, eppure la relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, riporta un numero non indifferente di infezioni, emorragie e complicanze varie, nonché alcuni casi di donne decedute a seguito della procedura abortiva. E tale numero risulta pure sottostimato viste le lacune che vi erano e tuttora persistono nel sistema di rilevazione. Ecco perché il tanto propagandato aborto legale “sicuro” è solo ideologia spicciola perpetrata sulla pelle delle donne.

 

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[1] Sophie Borland, “The 2,600 safety flaws at Marie Stopes abortion clinics including doctors going home with women under sedation and foetuses being put in waste bins rather than cremated”, www.dailymail.co.uk, 21 dicembre 2016.

[2] SPUC, “Marie Stopes abortion clinic sends 11 women to the hospital in three months”, www.lifenews.com, 14 agosto 2017.

[3] Cora Sherlock, “Marie Stopes injured women in 400 botched abortions in just two months”, www.lifenews.com, 16 agosto 2017.

[4] Steven Ertelt, “London abortion clinics botch so many abortions ambulances have been called almost 500 times”, www.lifenews.com, 22 dicembre 2017.

 

Firma anche tu la petizione promossa di ProVita onlus, affinché le donne siano davvero informate sulle conseguenze fisiche e psichiche dell’aborto volontario

 

libertaepersona.org – 03 gennaio 2018

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