Aborto selettivo, l’ipocrisia del Corriere

L’aborto va bene, basta che non si abortiscano volontariamente le bambine. È questa l’ultima frontiera dell’ipocrisia perbenista, che trasuda dall’articolo pubblicato ieri da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. L’editorialista è indignato perché dalla campagna di una organizzazione non governativa ha scoperto che in Montenegro si pratica l’aborto selettivo, che tende ad eliminare le bambine. Si tratta di una cinquantina di aborti l’anno – secondo le stime – che però sono indice di una realtà più ampia che tende a penalizzare le femmine. In tutti i paesi dei Balcani, infatti, a cominciare dall’Albania, si praticano gli aborti selettivi ma – come si sa – è soprattutto in Asia che questa pratica ha assunto i contorni del “gendercidio” o, come dice Stella, del “ginecidio”. Almeno cento milioni di donne mancano all’appello, quasi tutte in Asia.

Una tragedia, certo. Ma per Stella lo è soltanto per la parte che riguarda la selezione delle femmine. Per le femmine e i maschi uccisi a sorte invece non c’è problema. Per stare al Montenegro sono oltre mille gli aborti ogni anno, e sono in costante crescita, ma Stella vibra di indignazione solo per i 50 che riguardano le femmine in quanto tali, al punto da citare più volte l’espressione di papa Francesco sulla “cultura dello scarto” solo per costoro. Perché, dice Stella, è «un aborto che non c’entra nulla con le scelte tormentate e strazianti di tante donne che rivendicano quel sofferto diritto di decidere, ma ha a che fare piuttosto con lo shopping (“prendiamo il corredino azzurro o quello rosa?”) e con la “cultura dello scarto” sui cui martella papa Francesco».

Ignoranza, malafede, ipocrisia, c’è tutto in queste parole di Stella: malafede perché sa benissimo che l’espressione del Papa casomai si rivolge a tutte le vittime dell’aborto, non solo a quelle dell’aborto selettivo. Ignoranza e ipocrisia perché sul ricorso agli esami diagnostici per sapere il sesso del nascituro ed eventualmente abortirlo se femmina, non c’entra niente lo shopping: anzi, è una scelta ancora più sofferta e drammatica delle altre perché ci sono dietro motivi culturali, sociali, politici ed economici che in molte situazioni vedono la madre dover soccombere alle imposizioni del marito o della società e ricorrere all’aborto. La continuità della linea familiare, soprattutto nei Balcani, che esige almeno un erede maschio; la necessità di braccia per lavorare, soprattutto laddove la politica impone un severo controllo delle nascite (Cina soprattutto, ma anche l’India); il costo delle figlie femmine in società dove si deve pagare una costosissima dote per poterle sposare. E così via. Questi sono i motivi dell’aborto selettivo, non lo shopping.

E ancora ipocrisia, perché se da una parte si invoca, con la fecondazione artificiale, il diritto ad avere un figlio con le caratteristiche che si vuole (compreso il sesso), perché non si dovrebbe poter scegliere il sesso del proprio figlio tramite aborto? E se si considera un diritto poter abortire un figlio che non è “sano”, perché questo diritto non si dovrebbe estendere alla scelta del sesso?

È l’aborto in sé che è una tragedia, è l’uccisione del più povero dei poveri e del più debole dei deboli che instilla il veleno della violenza e della sopraffazione nella società. La selezione del sesso è soltanto una conseguenza di questa violenza: dolersi di questo tacendo sulla causa (anzi, ritenendola sacrosanta), è somma ipocrisia e complicità nella strage.

 

lanuovabq.it

 

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